martedì 12 giugno 2018

Oltre la soglia: concorso letterario per racconti fantasy e fantascienza


C’è tempo fino al 31 luglio per partecipare al concorso per racconti fantasy e fantascienza Oltre la soglia 2018. In precedenza chiamato Fantasticamente, il concorso di quest’anno prende il nome dal romanzo La soglia della scrittrice Ursula K. Le Guin, una gigante della narrativa dell’immaginario che ha purtroppo lasciato questo mondo all’inizio dell’anno.

Il concorso letterario è articolato in due gruppi di partecipazione suddivisi in base al genere di narrativa fantastica. Per la fantascienza è prevista la sezione “Ecumene”, titolo del celebre ciclo dei romanzi di fantascienza di Ursula Kroeber Le Guin. Per i racconti fantasy, invece,  è istituita la sezione “Terramare”, titolo del celebre ciclo dei suoi romanzi fantasy.

Gli autori e le autrici hanno piena autonomia e libertà di immaginazione per quanto riguarda il racconto con il quale decidono di partecipare. Tuttavia, il bando del concorso richiede l’inserimento di una frase qualsiasi di un romanzo di Ursula K. Le Guin (fantascienza o fantasy a seconda della sezione del Premio prescelta). Va bene qualunque citazione, anche se, per facilitare il compito ai partecipanti, gli organizzatori forniscono alcuni estratti selezionati con cura e validi ai fini dell’inserimento nel proprio racconto.

La premiazione dei vincitori del Concorso, la cui giuria sarà anche quest’anno presieduta dallo scrittore Francesco Troccoli, si svolgerà domenica 29 settembre 2018 presso la libreria romana Sinestetica. Ulteriori informazioni saranno disponibili sul sito www.veledicarta.it e sulla homepage Facebook di Veledicarta.

Gli autori dei due racconti risultati vincitori riceveranno un buono Amazon del valore di € 100. I primi venti racconti selezionati (dieci per ogni sezione), inoltre, dopo essere stati oggetto di accurato editing, saranno infine pubblicati in una antologia edita da Veledicarta. L’antologia dell’edizione 2018 si andrà ad aggiungere alle due già pubblicate con i migliori racconti delle edizioni precedenti: Echi oltre confine e Rinnovamenti dell’organico.

martedì 5 giugno 2018

La Cina e la fantascienza


Abbiamo intercettato Francesco Verso, scrittore e fondatore del progetto editoriale Future Fiction, di ritorno dall’ennesima convention di fantascienza all’estero. Stavolta rientrava da  Pechino, per l’esattezza. Con la sua Future Fiction ha pubblicato numerosi racconti singoli in ebook provenienti dalla Cina e ha curato due antologie di racconti di fantascienza cinese, Nebula e Sinosfera.

A cosa è dovuto il tuo crescente interesse personale ed editoriale – ma anche quello di importanti riviste americane come Clarkesworld – per il Written in China?

Il motivo è semplice: pescare sempre nello stesso lago consente di prendere sempre gli stessi pesci mentre andando a pescare nell’oceano è molto più probabile trovare pesci diversi, spesso fantastici. Per questo cercando storie di fantascienza all’estero mi sono imbattuto nella narrativa cinese, che già da alcuni anni sta producendo ottima fantascienza senza che nessuno se ne sia accorto perché troppo concentrato su altre sponde, oltretutto lamentandosi che non ci sono più i pesci di una volta.

Inoltre, il fatto che sempre più riviste e pubblicazioni internazionali siano interessate alla fantascienza in traduzione dal mondo è segno che solamente aprendosi alla diversità culturale, linguistica e direi anche di contenuto è possibile mantenere il genere fresco e addirittura rinnovarne i canoni dall’esterno, attraverso l’ibridazione, e dall’interno, per competizione. Se c’è un ambito della globalizzazione che non ha controindicazioni è proprio quello culturale.

Ma è vero che il governo cinese sta puntando anche sulla fantascienza? Come mai? Insomma, come può un genere di narrativa essere considerato strategico per una nazione?

Come già successo in altre epoche con i Futurians negli Stati Uniti intorno agli anni ‘20 del secolo scorso e nell’Unione Sovietica degli anni ‘50, anche il governo cinese e alcune aziende private come Storycom, Future Affairs Administration e 8-Light Miles hanno intuito il potenziale della fantascienza nel diffondere innovazione e creatività in ampi settori della popolazione, tanto che oggi il genere viene visto anche come uno strumento di alfabetizzazione per gli scenari altamente tecnologici in cui la popolazione cinese sta già vivendo e vivrà sempre di più nei prossimi decenni. Il governo cinese sta puntando sulla science fiction anche per un motivo strategico e cioè il passaggio dal “made in China” al “creato in Cina”, dove per creato s’intende esattamente ideato e sviluppato; ecco quindi che tutta la battaglia per il copyright e i dazi a cui stiamo assistendo ultimamente assume un risvolto diverso, legato, forse in modo assolutamente incredibile, anche alla fantascienza!

Che cos’è esattamente l’APSFCon (Asia Pacific Sci-Fi Con) di Pechino e che cosa sei andato a fare lì a maggio di quest’anno? E ancora, quanto è ricco e partecipato il panorama delle convention di fantascienza in Cina?

L’APSFCon è la prima convention di fantascienza dell’Asia Pacifico che si è svolta a Pechino lo scorso 9 e 10 maggio. Io sono stato invitato in quanto scrittore di fantascienza non-anglofona e anche in veste di editor che ha pubblicato quattro antologie di SF internazionale tradotte da sei lingue diverse. Ci sarebbe anche un’antologia di science fiction internazionale curata da me e Bill Campbell dal titolo Future Fiction: New Dimensions in International SF che è uscita il mese scorso negli USA, e un’altra simile uscirà nei prossimi mesi in Cina per la Guangzhou Blue Ocean.



All’interno del Museo della Scienza e della Tecnica di Pechino, rappresentanti di numerosi paesi come Cina, Corea del Sud, India, Russia, Stati Uniti, Filippine, Ucraina, Regno Unito, Egitto, Repubblica Ceca, Estonia e Nuova Zelanda, gli organizzatori hanno dato vita a due giorni di incontri, panel e dibattiti sul momento della fantascienza cercando al tempo stesso di costruire una rete di relazioni verso un futuro di manifestazioni internazionali che non siano incentrate soltanto sui paesi anglofoni. Anche gli ospiti d’onore provenivano da paesi diversi: c’erano Terry Bisson e Crystal Huff dagli USA, Peter Watts dal Canada, Leonid Kaganov e Katerina Bachilo dalla Russia, Volodymyr Arenev dall’Ucraina, Ben Hawker dalla Nuova Zelanda, Nikolai Karayev dall’Estonia, il sottoscritto dall’Italia e tanti altri ancora.

La convention, organizzata dalla Future Affairs Administration, si è articolata su tre diverse sessioni composte da numerosi panel: una parte dedicata propriamente alla fntascienza (cyberpunk cinese, come sopravvivere scrivendo fantascienza, cosa rende un autore uno scrittore di fantascienza, la frontiera dell’immaginazione), un’altra specifica sull’industria di fantascienza (cinema, videogiochi, webserie) e una terza parte legata al fandom e all’intrattenimento con sfilate di cosplayer, prove di visori di realtà virtuale e realtà aumentata, e sessioni di autografi.

Più di 2500 persone, in larga parte giovani tra i 16 e i 30 anni, e con una cospicua presenza di ragazze, hanno animato i due giorni della convention che probabilmente avrà una seconda edizione nel 2019, visto il successo ottenuto in termini di visibilità e partecipazione. E questa è solo una delle tante convention che si svolgono di mese in mese in Cina! Un reportage più approfondito della APSFCon uscirà tra qualche giorno sulla rivista internazionale Samovar in doppia lingua, italiano e inglese.

In tre parole: Science Fiction World, la più grande rivista di fantascienza cinese. Qual è il suo peso culturale e di mercato in Cina e nel mondo?

Che io sappia, Science Fiction World è l’unica rivista di fantascienza al mondo a essere partecipata da un partito politico, tipicamente il Partito Comunista Cinese. Detto ciò, la rivista ha avuto il merito di tradurre e pubblicare dal 1979 ad oggi il meglio della science fiction mondiale (che fino a pochi anni fa corrispondeva alla fantascienza scritta negli Stati uniti e nel Regno unito) e quindi ha contribuito alla lettura di grandi autori come Asimov, Dick, Ballard, Banks, McDonald, Le Guin, Sawyer.

D’altra parte la stessa rivista – che tira circa 300.000 copie al mese laddove le americane Fantasy & Science Fiction e Asimov’s si fermano a 30.000 – promuove anche la fantascienza cinese dei vari Liu Cixin, Xia Jia e Chen Qiufan oltre a molti altri autori emergenti, e cerca di dare più spazio alla fantascienza proveniente da paesi non-anglofoni, sebbene purtroppo si traduca ancora soltanto da una lingua, l’inglese, un fatto che spero possa cambiare quanto prima.

Quindi è una rivista attiva anche sul piano internazionale.

Infatti. L’anno scorso, per esempio, Science Fiction World ha organizzato la quarta convention di fantascienza internazionale di Chengdu dove hanno invitato tanti autori, editor e traduttori da molti paesi diversi. Ogni due anni organizzano una convention del genere e grazie al formidabile supporto del partito comunista fanno le cose davvero in grande stile. Tutto questo, però, non senza un minimo livello di intervento e controllo sui contenuti ritenuti “sensibili”, un fatto certamente discutibile ma che va compreso e accettato come elemento di diversità politica e culturale con cui confrontarsi in modo aperto, senza rigidità, anche perché spesso in Cina le cose si riescono a fare laddove invece in altri paesi che si professano aperti verso ogni genere lo stesso non avviene. Una persona mi ha raccontato che il budget della convention di Chengdu doveva essere di 2 milioni di yuan (circa 250.000 euro) ma il funzionario del partito ha raddoppiato la cifra portandola a mezzo milione di euro perché la riteneva troppo bassa per il valore dell’iniziativa. Il mio report della scorsa convention è stato pubblicato su Fantascienza.com qualche mese fa.

Con il tuo progetto editoriale denominato Future Fiction hai pubblicato due antologie di fantascienza cinese, Nebula e Sinosfera. Sbaglio o è qualcosa che non si era mai visto in Italia? Puoi raccontare che cosa sono, come le hai portate alla luce, e di quali collaborazioni ti sei avvalso per realizzarle?

Sebbene sulla collana Urania in passato siano uscite due raccolte di fantascienza cinese, rispettivamente L’onda misteriosa a cura di Wu Dingbo e Patrick Murphy (Urania 1511) e Shi Kong, a cura di Giuseppe Lippi (Urania 1564), le raccolte Nebula e Sinosfera sono originali da almeno due punti di vista.

Innanzitutto stiamo parlando di fantascienza contemporanea: i racconti selezionati per Future Fiction alternano storie scritte da veterani della fantascienza cinese nati negli anni ’50 e ’60 come Wang Jinkang, Liu Cixin, Han Song e Wu Yan ad altri della cosiddetta generazione balinghou, autori nati cioè negli anni ’80 e ’90 come Xia Jia, Chen Qiufan, Bao Shu, Fei Tang.



Poi, stavolta abbiamo previsto la doppia lingua. Le antologie sono divise in due parti: la prima parte è in cinese con il testo originale, e la seconda metà del volume è in traduzione italiana (il testo a fronte è difficile da rendere a causa dello sviluppo su pagina degli ideogrammi cinesi). Abbiamo scelto la doppia lingua perché crediamo che il libro possa servire anche come strumento di avvicinamento tra due comunità, quella italiana e quella cinese, che vivono da anni una accanto all’altra senza conoscersi. Inoltre i ragazzi della seconda e della terza generazione di cinesi nati in Italia non sanno molto di quanto sta succedendo nel loro paese di origine, non sanno dell’incredibile sviluppo tecnologico degli ultimi anni e quindi ci è parso utile aprire una finestra su questo orizzonte così sorprendente.

Il progetto sta avendo un ottimo riscontro, tanto che sia dall’Italia che dalla Cina abbiamo ottenuto i fondi per proseguire nella pubblicazione di fantascienza cinese. Le traduzioni vengono fatte con il supporto di vari Istituti Confucio d’Italia e di aziende cinesi che hanno come missione proprio la diffusione e la promozione del genere al di fuori dei confini nazionali. Abbiamo una squadra di lettrici e lettori dalla lingua cinese che ci aiutano a selezionare le storie e una serie di traduttrici e traduttori che poi si occupano di rendere le storie in italiano. Il progetto sembra così unico nel suo genere che altri istituti Confucio d’Europa, da Barcellona a Cambridge, si sono interessati a un’eventuale presentazione presso le loro sedi in futuro.

Come ci piace dire spesso: “Il futuro arriva dovunque”!

Via Cronache di un sole lontano

venerdì 18 maggio 2018

Howard Phillips Lovecraft: Tutti i racconti (1931-1936)



La storica raccolta in quattro volumi della narrativa completa di Howard Phillips Lovecraft   ora venduta in un solo volume  si conclude con il libro che include i racconti scritti di suo pugno o in collaborazione o revisione e pubblicati tra il 1931 e il 1936. 

Tra tutte le opere del libro la fa da padrone il racconto lungo  spesso venduto come libro a sé stante  dal titolo "Le montagne della follia", una terrificante avventura tra i ghiacci, capace letteralmente di togliere il respiro, che trae dichiarata ispirazione dal libro Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe.

Tutti i racconti (1931-1936) precede, in ordine:Tutti i racconti (1897-1922), (1923-1926), e (1927-1930). Tranne qualche eccezione, come appunto "Le montagne della follia", ma anche "La maschera di Innsmouth" e "La casa delle streghe", i racconti scritti interamente da Lovecraft nell'ultimo periodo della sua vita non brillano con la stessa frequenza di quelli che figurano nei volumi precedenti. 

Leggi l'intervista ad Howard Phillips Lovecraft

Secondo quanto si apprende dalle introduzioni del curatore ad ogni storia, sembrerebbe che all'inizio degli anni Trenta lo scrittore fosse convinto di aver esaurito la propria carica creativa, tanto che si diede in larga parte a realizzare racconti in collaborazione. Questi costituiscono una grossa fetta del volume 1931-1936, e a essere onesti sono mediamente più coinvolgenti di quelli scritti individualmente dall'autore nello stesso periodo storico.

Tra i racconti prodotti in collaborazione ci sono veri e propri capolavori come "Attraverso le porte della Chiave d'Argento", parte conclusiva del ciclo  se vogliamo chiamarlo così  di Randolph Carter, che si può leggere interamente nell'assai ben curato libro Il guardiano dei sogni: le avventure di Randolph Carter.

Tante sarebbero le considerazioni su Howard Phillips Lovecraft, ma elencarle tutte esula dalle competenze di questo blog. Volendo trovare un elemento in comune tra tutte le opere dello scrittore, possiamo senz'altro affermare che esse sono molto spesso caratterizzate da personaggi che si mettono nei guai perché attratti dall'ignoto e dalla curiosità, a volte in maniera febbrile.

Anche nel caso in cui la minaccia incomba chiaramente all'orizzonte, i personaggi di Lovecraft si lanciano per loro stessa ammissione verso l'ignoto, pur mettendo in conto la pericolosità delle loro gesta.

Ecco un estratto da "La casa delle streghe", uno dei racconti più famosi di Lovecraft, dal quale è stato tratto anche l'omonimo episodio della pur non eccelsa serie tv Masters of horror:
Gilman si era fatto un'idea abbastanza precisa della vecchia Keziah, e quando aveva saputo che la casa in cui aveva abitato era ancora in piedi dopo oltre duecentotrent'anni, un brivido gli era corso lungo la schiena. Ciò nonostante – e pur avendo sentito bisbigliare della perdurante presenza della strega nel decrepito edificio e nei vicoli adiacenti, di segni irregolari di denti umani sul collo di chi aveva dormito  in quella e in altre vecchie case, degli inspiegabili pianti di bambini uditi a Calendimaggio e Ognissanti, del fetore che talvolta sembrava provenire dalla vecchia soffitta, e della bestiola pelosa e dai denti aguzzi che a volte annusava la gente addormentata nelle ore livide che precedono l'alba  nonostante avesse udito tutto ciò Walter Gilman aveva deciso di prendere alloggio a ogni costo nella Casa della Strega. [...] Gilman non sapeva esattamente cosa si aspettasse di trovarvi; sapeva solo che voleva alloggiare nella stessa casa in cui ignote circostanze parevano aver dischiuso a una povera vecchia del diciassettesimo secolo verità matematiche che superavano le più antiche ipotesi di Planck, Heisenberg, Einstein e de Sitter.
Howard Phillips Lovecraft (Providence, USA, 1890-1937) è uno scrittore che ha segnato la storia della narrativa horror e fantascientifica all'inizio del secolo scorso. I suoi racconti sull'orrore cosmico, e non solo, hanno segnato e continuano a segnare intere generazioni di lettori e scrittori, di ogni sesso ed età. Fu anche autore di saggi sulla narrativa fantastica, come per esempio quelli raccolti nei libri In Difesa di Dagon e altri saggi sul fantastico e Teoria dell'orrore, i cui contenuti si sovrappongono.


martedì 8 maggio 2018

Moyashimon, un mondo di microbi parlanti


Moyashimon è un manga realizzato interamente da Masayuki Ishikawa.  Ambientato nella facoltà di agraria dell’università di Tokio, i suoi protagonisti sono studenti e ricercatori, e le loro strane avventure sono dislocate in larghissima parte all’interno dell’ateneo. La storia gira intorno a un vecchio professore universitario di nome Itsuki, che si pone l’obiettivo di mettere insieme un gruppo di ricerca da sogno facendo leva innanzitutto su uno studente del primo anno, Tadayasu Sawaki, che, per un misterioso motivo, è capace di vedere i microbi a occhio nudo.

I MICROBI

I microrganismi che si vedono nel fumetto parlano, ridacchiano, si azzuffano, e occasionalmente danno lezioni di microbiologia, aprendo brevi parentesi didattiche. Lezioncine a parte, i microbi sono sempre alla base di qualsiasi cosa accada tra una vignetta e l’altra, con la loro forma di pupazzetti abilmente disegnati in maniera che ricalchino possibilmente le forme reali, simili a come si vedrebbero al microscopio. Sul serio, ogni pupazzetto può essere confrontato con l’organismo reale perché per ogni specie disegnata viene indicato il nome scientifico.

Nell’opera di Masayuki Ishikawa si vedono soprattutto funghi e batteri, perché sono queste le principali categorie di microbi che contribuiscono alla formazione di molti alimenti, dei quali si occupa appunto la facoltà di agraria. Ma ogni tanto si vedono anche i virus, gli acari, o magari organismi davvero estremi come la muffa policefala (Physarum polycephalum), una cellula gigante che esiste davvero e che, nel fumetto, si afferma d’essere in grado di muoversi in un piccolo labirinto. Tra tutti questi innumerevoli organismi microscopici ce n’è uno che in assoluto la vince su tutti: il fungo koji, tecnicamente Aspergillus oryzae, che vive sulla spalla di Tadayasu Sawaki (e il ragazzo lo sa, perché lo può vedere) come un pappagallo sulla spalla di un pirata.

Quel che si evince sfogliando le pagine del manga è che i microbi fanno parte della vita quotidiana di tutti noi, non solo degli scienziati. I microbi sono ovunque, e sono alla base di moltissimi alimenti: tanto per dirne una, grazie alla loro fermentazione rendono possibile la produzione del vino e di altri alcolici come il sake. In Moyashimon si parla spesso di alcolici e di sake, e gli stessi personaggi bevono senza troppi complimenti. Se poi ci soffermiamo sul discorso sake, viene affrontato così spesso che alla fine si diventa dei piccoli esperti della bevanda giapponese. È bene precisare, a questo punto, che se è vero che l’opera di Masayuki Ishikawa non demonizza gli alcolici, è anche vero che non fa del bere un vanto.

I PERSONAGGI

Dunque, immerso in un mondo di microbi sghignazzanti c’è il futuro gruppo di ricerca del professor Itsuki, composto da esseri umani non del tutto normali. Kei Yuki è uno del team, nella veste di uno studente amico di infanzia di Sawaki e figlio di un proprietario di una distilleria di sake. Un personaggio curioso, forse più di tutti gli altri, in quanto possiede lineamenti facciali unisex, nel senso che potrebbe anche essere scambiato per una ragazza. Tanto per confondere le idee, in un episodio Kei Yuki compare anche con l’identità di una ragazza, avente un altro nome ma lo stesso, identico viso del ragazzo iscritto ad agraria. Altre occasioni, poi, ben più eclatanti, evidenziano la sua sessualità indefinibile.

Haruka Hasegawa è invece una specializzanda che fa da assistente al professor Itsuki. Ha un carattere spinoso e, come Hasegawa, ha qualche difficoltà di comunicazione sociale. Si veste in maniera sexy e aggressiva, quasi fetish, ma non se ne rende conto o comunque se ne infischia se glielo fanno notare. Lavorando sempre a contatto con la fermentazione degli alcolici ha molte occasioni di bere, ma evita di farlo perché quando si ubriaca viene come posseduta dal demonio (anche se non è chiaro esattamente che cosa combini).

Singolare, poi, è la coppia formata da Takuma Kawahama e Kaoru Misato, entrambi del secondo anno anche se sembrano molto più vecchi. Questi due individui un po’ loschi, da quando vengono beccati a produrre sake clandestino all’interno dell’università sono in debito con Itsuki, che, per qualche oscuro motivo, sembra volerli nel proprio gruppo di ricerca insieme agli altri.

Inutile elencare tutti i personaggi, ma vale spendere qualche riga anche per Aoi Muto, una ragazza che vanta di essere l’unico membro iniziale del laboratorio del vecchio professore. Viene definita come una ragazza che sopporta tranquillamente qualsiasi cosa le accada, indice probabilmente di un istinto che la induce a buttarsi nelle avventure senza paura o con inconscienza. Questa, infatti, è l’impressione che dà quando ritorna da una lontana missione scientifica sul campo con un cerotto sul naso. Nel tempo libero è la presidente di un club che si dedica a fare ricerche sugli ufo.



UNA STORIA DI FANTASIA

Le vicende dei protagonisti avvengono, come si è detto, quasi sempre all’interno della facoltà di agraria dell’università di Tokio, come se questa fosse un mondo a parte, autosufficiente, praticamente isolato dall’esterno. In questo magico regno della microbiologia chiamato Moyashimon, a Sawaki e compagni si presentano sempre nuove prove da superare, scientifiche e non, architettate presumibilmente dal professor Itsuki allo scopo di mettere alla prova il singolo e far maturare il gruppo. Inoltre, ogni dialogo può trasformarsi in una lezione divulgativa, riuscendo, grazie all’arte del fumetto, a trasmettere almeno un pizzico del sapere scientifico alla comunità.

In conclusione la scienza è un elemento cardine del fumetto. Ce n’è tanta, in ogni dannata pagina. Comprensibile a tutti, per carità, ma è sempre lì, in agguato, talvolta in maniera snervante. Non si dica di non essere stati avvertiti. Ecco, la scienza dei microbi è talmente ben inserita che, secondo quanto riferisce lo stesso autore all’interno del fumetto, sono arrivate alla redazione giapponese numerose email di ragazzi e ragazze che dalla lettura di Moyashimon hanno sviluppato una voglia matta di iscriversi ad agraria o studiare microbiologia. Per questo e altri motivi la redazione ha deciso di aprirsi un paracadute e tenere tutti coi piedi per terra ricordando in maniera martellante, tra una vignetta e l’altra, che Moyashimon è una storia frutto di fantasia.

Via Cronache di un sole lontano

giovedì 3 maggio 2018

Uno scarabeo di nome Leonardo Di Caprio


Un gruppo di esploratori ha chiamato una nuova specie di scarabeo, da loro scoperta, in onore di Leonardo Di Caprio. La scelta non è dettata dall’antipatia nei confronti dell’attore, anzi, è un atto di riconoscimento verso la Fondazione Leonardo Di Caprio (LDF), in occasione del ventesimo anniversario della sua nascita, per gli sforzi compiuti finora nella lotta alla conservazione della biodiversità.

La notizia dello scarabeo Leonardo Di Caprio è arrivata dalle pagine della rivista scientifica ZooKeysin un articolo dove vengono segnalate tre nuove specie di scarabei del genere Grouvellinus, tra le quali figura appunto il Grouvellinus leonardodicaprioi, accompagnato da Grouvellinus andrekuipersi e Grouvellinus quest.

Grouvellinous leonardodicaprioi è uno scarabeo adattato a vivere nell’acqua, ed è stato trovato nei pressi di una cascata durante una spedizione scientifica nel Bacino di Maliau, un paradiso perduto della Malesia ricco di biodiversità, una giungla bagnata da fiumi e piogge torrenziali, che culmina in una quarantina di cascate.

Quella nel Bacino di Maliau è stata la prima esplorazione sul campo della Taxon Expeditions, un’organizzazione che mette in piedi indagini esplorative dove vengono impiegati scienziati dilettanti, o citizen scientists, cioè normali cittadini coinvolti in modo attivo in una ricerca scientifica. Missioni di questo tipo vengono condotte per aumentare le risorse umane coinvolte nella disperata ricerca di nuove specie.

Il nome dello scarabeo Leonardo Di Caprio è stato scelto a maggioranza dai partecipanti della spedizione, in onore degli sforzi della LDF nella salvaguardia di zone naturali incontaminate come appunto il Bacino di Maliau. «Piccolo e nero, questo nuovo scarabeo non vincerà il premio Oscar per il suo carisma», ha detto l’entomologo fondatore della Taxon Expeditions, Iva Njunjic, che ha aggiunto: «Ma per quanto riguarda la conservazione della biodiversità, ogni creatura conta qualcosa».

Via BioPills

lunedì 30 aprile 2018

Una “zona morta” si espande nel Mar Arabico. «Disastro di grandi proporzioni»


I robot sottomarini hanno confermato la crescente espansione di una “dead zone” nel Mare di Oman, o Golfo di Oman, una striscia di mare che mette in comunicazione il Golfo Persico con il Mar Arabico. Gli scienziati della University of East Anglia (UEA), nel Regno Unito, hanno confermato, con una attenta ricerca pubblicata su Geophysical Research Letters, un considerevole abbassamento dei livelli di ossigeno marino. Senza esagerare, gli autori dello studio prospettano un disastro ambientale di proporzioni drammatiche.

Per confermare la presenza della zona morta, i ricercatori hanno utilizzato dei robot sottomarini chiamati Seagliders (letteralmente “alianti marini”), in grado di raccogliere dati in quelle aree del mare che sono inaccessibili a causa della pirateria e delle tensioni geopolitiche in atto intorno al Golfo di Oman.

I Seagliders hanno all’incirca le dimensioni di un piccolo sommozzatore, ma essendo delle macchine possono raggiungere i 1000 metri di profondità e viaggiare nell’oceano per mesi, coprendo migliaia di chilometri. Due di queste meraviglie della tecnologia sono state dispiegate nel Mare di Oman per 8 mesi, e unitamente alla comunicazione satellitare e a complesse simulazioni, i Seagliders hanno consentito di costruire una mappa dei livelli di ossigeno sottomarini. Altra cosa importante, hanno anche permesso di ricostruire i meccanismi oceanici che definiscono il trasporto di ossigeno da un’area all’altra del mare.

Avendo già fondati sospetti, attraverso gli occhi dei robot i ricercatori si aspettavano di trovare, se non molto, almeno un po’ di ossigeno, invece hanno scoperto una enorme area quasi del tutto priva di ossigeno, grande a occhio e croce più della Scozia.


Un esempio di Seaglider. Credit: UEA.
La ricerca è stata guidata da Bastien Queste della School of Environmental Sciences della UEA, in collaborazione con la Sultan Qaboos University dell’Oman. A proposito della sconvolgente scoperta, Queste ha dichiarato: «Le zone morte sono aree del tutto prive di ossigeno. Nell’oceano sono anche conosciute come “oxygen minimum zones” e si trovano naturalmente tra i 200 e gli 800 metri di profondità. Sono dei veri e propri disastri – ha aggiunto – favoriti sia dal cambiamento climatico, il quale induce l’acqua a riscaldarsi e a trattenere meno ossigeno, sia dai fertilizzanti e liquami riversati in mare dall’entroterra».

«Possiamo affermare – ha continuato Queste – che il Mar Arabico è la più larga e spessa zona morta del mondo. Finora, purtroppo, nessuno ha potuto verificare la gravità della situazione a causa della pirateria e dei conflitti che hanno reso quella parte del pianeta molto pericolosa anche solo per condurre delle ricerche scientifiche. Sono stati raccolti veramente pochi dati per quasi mezzo secolo a causa della difficoltà di inviare navi da quelle parti. Ora, la nostra ricerca mostra purtroppo che la situazione è peggiore di quanto temessimo. La zona morta è davvero estesa e sta crescendo. In altre parole, l’oceano sta soffocando».

«Ovviamente tutti i pesci, le piante marine e altri animali che vivono nel mare hanno bisogno di ossigeno», ha spiegato il ricercatore. «Quindi, in assenza di ossigeno, la vita marina non può sopravvivere. Siamo di fronte a un problema ambientale davvero grosso, con conseguenze indirette anche per noi esseri umani, che dal mare otteniamo una fonte di nutrimento e di occupazione lavorativa».

«Un altro problema – ha concluso Queste – è che quando l’ossigeno marino è assente, il ciclo naturale dell’azoto – un elemento chiave per la crescita delle piante – si altera drammaticamente. E come risultato viene prodotto ossido nitroso (N2O), un gas serra 300 volte più potente dell’anidride carbonica».

Via BioPills

venerdì 27 aprile 2018

PETasi, l'enzima semi-artificiale che degrada la plastica



In principio era il Giappone, il luogo dove gli scienziati hanno scoperto per la prima volta un microrganismo in grado di digerire le bottiglie di soda. Il batterio Ideonella sakaiensis dominava il proprio habitat nel suolo di un impianto per il riciclaggio della plastica. La sua scoperta risale a poco più di due anni fa, ma adesso i ricercatori hanno fatto qualcosa in più: in via del tutto fortuita hanno potenziato l’enzima responsabile della digestione della plastica, rendendolo più efficiente, e adesso ritengono che ci siano ulteriori margini di miglioramento.

Dunque alla luce degli ultimi fatti, lo sforzo per aggredire su larga scala il crescente problema dei rifiuti di plastica, che si ammassano giorno dopo giorno sia sulla terraferma che negli oceani, è ancora all’inizio ma i segnali sono assai promettenti.

L’attuale scoperta, pubblicata sui Proceedings of the National Academy of Sciences, è stata praticamente casuale. Mentre i ricercatori esaminavano le funzioni della proteina anti-plastica, hanno creato accidentalmente una forma potenziata della stessa proteina. «La fortuna gioca un ruolo spesso fondamentale nella ricerca scientifica, e la nostra scoperta non fa eccezione», ha dichiarato uno degli autori dello studio, il biologo strutturale John McGreehan della University of Portsmouth, nel Regno Unito. «Questo risultato inatteso suggerisce che esiste un modo per potenziare ulteriormente questi enzimi, e ci fa avvicinare alla soluzione per riciclare la sempre crescente montagna di plastica gettata nell’ambiente».

Via BioPills

giovedì 1 marzo 2018

La forma dell'acqua di Guillermo del Toro, in breve




Guerra fredda. Laboratori sotterranei segreti. Spionaggio sovietico. Atmosfera da corsa allo spazio. La Luna non è ancora stata conquistata ma la Russia ha già spedito un cane e Yurij Gagarin fuori dall’atmosfera. In un clima vintage che richiama vecchie e suggestive atmosfere anni Sessanta, il braccio di ferro scientifico tra le due superpotenze che si spartiscono le sorti del mondo incappa in un caso di studio che capita lì, a sorpresa, in pasto a un branco di ricercatori troppo insensibili e calcolatori per il dono che la natura gli ha appena consegnato.

Un uomo-pesce, che boccheggia, appunto, come un pesce, è stato sottratto al suo habitat naturale e poi rinchiuso in un laboratorio sotterraneo degli Stai Uniti d’America. Molto presto l’essere acquatico farà amicizia con una donna delle pulizie che non parla, proprio come lui, perché a causa di un evento sconosciuto – del quale riporta ancora le cicatrici sul collo – è rimasta muta sin da bambina. Sarà proprio la comune incapacità di emettere suoni che trasformerà i due in una coppia innamorata che dovrà vedersi di nascosto lontano da telecamere e sorveglianza.

La forma dell'acqua di Guillermo del Toro offre agli spettatori piccole scene di umanità che hanno come protagonisti persone che nel contesto reale non detengono alcun peso se non quello, appunto, di tenere sulle spalle l’onere di bilanciare il male col bene, di far valere anche la ragione del cuore quando serve, a costo della propria vita. Ecco dunque che un misero vecchio solo, una donna muta e la sua collega delle pulizie, insieme a uno scienziato dalle oneste convinzioni, si rendono artefici di eroici atti di empatia nel tentativo di salvare una creatura unica al mondo dalla stretta mortale di due superpotenze militari del piffero.

Via Cronache di un sole lontano

mercoledì 28 febbraio 2018

Vikings e i suoi valori pagani


Il popolo vichingo di Vikings ha uno stile di vita estremo e affascinante, basato su una scala di valori solida, radicale, antica, ma non per questo troppo fuori dal tempo. Dal punto di vista storico, la serie tv scritta e diretta da Michael Hirst ha ricevuto una valanga di critiche, eppure il cinema è pieno di capolavori come Braveheart che non brillano di una riproduzione storica eccellente. Insomma, premesso che i valori su cui si fonda il popolo di Vikings potrebbero non appartenere ai veri vichinghi, essi costituiscono una parte ricca e consistente, se non addirittura portante, della serie tv uscita inizialmente su History Channel e ora disponibile su Netflix.

Coraggio e audacia primi valori 

Se dovessimo stabilire una gerarchia di valori salterebbe subito all’occhio il coraggio dimostrato dai guerrieri vichinghi, sia uomini che donne, in ogni situazione. Un coraggio spesso arricchito dal forte spirito di iniziativa dei protagonisti, che tendono il più delle volte a cercare i guai, il rischio, impersonando il ruolo del nemico invasore nelle loro innumerevoli incursioni. In definitiva un uomo senza coraggio, semplicemente, non sarebbe un uomo.

Vigliaccheria vergogna mortale

Se da un lato il coraggio è la massima virtù per i vichinghi di Vikings, la vigliaccheria è decisamente la qualità peggiore che un uomo o una donna possano avere. Il vigliacco merita profondo disprezzo ed è spesso destinato a soccombere sotto la spada di qualcuno più impavido e audace. Addirittura, nella quarta stagione si assiste a una scena molto cruda, dove un uomo losco e vile viene evirato appena prima di morire, dopo una serie di episodi da lui trascorsi a tramare più volte all’ombra di qualcun altro, senza cioè esporsi o rischiare personalmente.

Forza bene supremo, debolezza male assoluto

Anche la debolezza, così come la vigliaccheria, non è affatto una qualità ma è anzi un difetto che si paga caro, spesso con la morte. Si intuisce che i figli nati deformi o menomati, con una eccezione che riguarda un importante personaggio, vengono uccisi alla nascita. La selezione all’interno dei vichinghi fa in modo che non vi siano quasi per niente elementi deboli nella società, ma diciamo che la lezione viene sostanzialmente impartita ai paesi vicini, in questo caso Inghilterra e Francia. Questi sono rappresentati come due popoli sornioni, non molto avvezzi alla guerra, che sono costretti ad acquisire aggressività e forza a causa delle umilianti invasioni vichinghe. All'inizio, inglesi e francesi vengono mostrati talmente pigri e vili da indurre a pensare che quasi meritino di essere barbaramente saccheggiati, ma poi, quando gli oppressi sviluppano finalmente un atteggiamento più duro e forte, vengono scenograficamente inondati da una luce di virtù. La debolezza è dunque una colpa, una condizione di inerzia che attira la sventura. E la forza è la prima qualità a cui deve ambire un essere umano, sia per attaccare sia per difendersi.

La vita non è una passeggiata sul prato

Ed ecco che arriviamo a una importante frase pronunciata da Siggy, la moglie del Conte Haraldson, quando si allontana dal villaggio di Kattegat con una nobildonna di nome Aslaug, abituata da sempre, a differenza di Siggy, a una vita agiata. Di fronte al disagio di Aslaug verso la nuova condizione di sacrificio, Siggy la guarda negli occhi e la scuote dicendole che «la vita non è una passeggiata sul prato». I vichinghi sono un popolo che combatte, ed è fermamente convinto che la vita sia essa stessa un combattimento. Loro fanno la guerra perché la vita è una guerra. E non se ne esce, è così, funziona così. O stai al gioco o muori. È un mondo crudele, e bisogna andare avanti, sempre e comunque, con rassegnazione e spirito di sacrificio.

Combattere, combattere sempre, morire combattendo 

«Che cosa fa un uomo?», chiede il bambino Bjorn a suo padre Ragnarr Lothbrok, il personaggio portante dell’intera serie, non a caso nella prima puntata. E Ragnarr risponde: «Un uomo combatte». Ecco, appunto, la vita è un combattimento. E per i vichinghi questo concetto è sacro. Addirittura, la morte in battaglia è la via verso il paradiso vichingo, il Valhalla, ed è quindi la massima meta a cui ognuno deve aspirare. Durante i preparativi per un’invasione, un guerriero ormai vecchio chiede a Ragnarr Lothbrok di partecipare alla spedizione con il dichiarato scopo di morire combattendo, perché per lui è un vero peccato il fatto che quasi tutti i suoi amici sono stati trafitti da una spada e in quel momento banchettano con Odino nel Valhalla senza di lui. In un’altra occasione, Ragnarr ribadisce il concetto al figlio Bjorn. «Combattiamo», gli dice, poi aggiunge: «È così che vinciamo ed è così che moriamo».

Sfidare la morte

Un altro personaggio di grande spessore, il geniale guerriero e carpentiere Floki, mentre i vichinghi si apprestano ad attaccare Parigi afferma di vivere solo per quei momenti, quelli della battaglia, quando cioè un uomo rimane sospeso nell’incertezza tra la vita e la morte. È in quelle situazioni di aperta sfida alla morte che un vichingo si sente davvero vivo. Non c'è nessun'altra emozione che sia lontanamente paragonabile.

Il potere è di chi si china abbastanza per raccoglierlo

È questa la frase che pronuncia Ragnarr Lothbrok in una speciale occasione: «Il potere è sempre pericoloso. Attrae i peggiori e corrompe i migliori. Non ho mai chiesto il potere, viene dato solo a coloro che sono pronti ad abbassarsi per raccoglierlo». Questo modo di rapportarsi al potere viene portato avanti proprio dalla figura di Ragnarr, per l’intera durata della serie. Ragnarr è un leader che non ambisce al potere, ma deve confrontarsi con i potenti, e soppiantarli, perché questi si sentono minacciati dalla sua figura, dai suoi scopi di esplorazione e conquista, dalla sua volontà di condurre il popolo vichingo verso obiettivi ambiziosi. Così, Ragnarr conquista pezzi di potere per legittima difesa e per necessità, per eliminare persone ostili, dunque non per il potere fine a se stesso, ma come un mezzo per raggiungere i suoi obiettivi. Ragnarr è un vero leader, che più che fare il capo si comporta da guida e dà l’esempio. Ma il potere, come dice lui stesso, è destinato a corrompere.

Vivere è un po’ corrompersi

Una scena che fa letteralmente venire i brividi è quella tra Ragnarr Lothbrock e l’uomo che, secondo quanto dice in un episodio il monaco cristiano Athelstan, è l’equivalente inglese del leader vichingo: Ecbert, re del Wessex, una regione dell’isola britannica, che si contende l’Inghilterra con altri piccoli regni, uno fra tutti la Northumbria di re Aelle. Durante la festa di celebrazione della vittoria contro un’altra fazione inglese, Ragnarr chiede a Ecbert se lui è corrotto. Il re risponde di sì e pone la stessa domanda al suo momentaneo alleato, che a sua volta risponde in modo affermativo. Quella scena sta probabilmente a significare che un uomo vissuto si dirige inevitabilmente verso la corruzione dell’anima. Un uomo puro, invece, è colui che non vive davvero, che non fa delle scelte, e che quindi non può commettere errori o fare del male a se stesso o ad altre persone. In breve, al netto di quel che si combina nel bene e nel male, vivere significa sporcarsi le mani, perché quello in cui nasciamo è davvero uno sporco mondo: solo chi non sceglie, non agisce, non si lancia nell’arena, rimane candido e incontaminato.

Parola d'ordine: esplorare l'ignoto 

«Odino ha dato il suo occhio per conoscere l’ignoto», esclama Ragnarr nel primissimo episodio, e quindi aggiunge: «Ma io farò molto di più». Al di là dell’ambizione del personaggio principale, i vichinghi di Vikings sono fatti per esplorare nuove terre senza pensarci troppo. Meno i territori sono conosciuti, meglio è. Proprio da questa passione per l’ignoto il popolo scandinavo trae i suoi massimi benefici in termini di ricchezza materiale, ma anche, se vogliamo, di gratificazione spirituale. Vikings suggerisce come corretto stile di vita quello di compiere continui salti nel buio senza timore. Viceversa si condurrebbero «delle vite pigre ed inutili», citando ancora una volta Ragnarr Lothbrok, dal secondo episodio della prima stagione.

Via Cronache di un sole lontano

venerdì 23 febbraio 2018

I cani robot della Boston Dynamics non si possono fermare


La settimana scorsa ha spopolato sui social network un video diffuso dalla Boston Dynamics che ha mostrato così, a tutto il mondo, la sua ultima creazione: un cane robot in grado di aprire le porte. Nel video si vedeva un cane robot giallo e nero che apre una porta con estrema disinvoltura e, con medesima disinvoltura, la tiene aperta per lasciar passare un "compagno" prima di lui. 

Le reazioni degli utenti di Facebook sono state in gran parte di paura e inquietudine. E qualcuno ha persino detto che i cani robot della Boston Dynamics ricordano molto un episodio di Black Mirror, la serie tv - giunta ora alla sua quarta stagione su Netflix - che generalmente descrive gli effetti collaterali e inquietanti di una tecnologia del futuro. 

Quel primo video ha stuzzicato la fantasia di milioni di persone, che hanno immaginato, in perfetto stile Black Mirror, un utilizzo militare o comunque sociale di un simile "mostro" tecnologico. Dannazione, si saranno chiesti gli spettatori, che cosa accadrebbe se i cani robot fossero usati dalla polizia o dall'esercito o da chicchessia contro altri esseri umani? 

Ebbene, se qualcuno si è spaventato per il primo video della Boston Dynamics, il secondo video, pubblicato pochi giorni fa, non è certo rassicurante. Nella nuova clip si vede lo stesso cane robot giallo e nero che si appresta ad aprire la medesima porta di metallo, con la differenza che stavolta c'è un uomo fermamente intenzionato a distogliere la macchina dal proprio compito. Il segugio, però, ha ben fissato l'obiettivo nei suoi circuiti, così non molla, si assesta e riparte all'attacco con più convinzione finché il disturbo non viene meno. 

Questo per dire, cari robotfobici, che di fronte a una macchina del genere sareste davvero fregati

 

sabato 17 febbraio 2018

Non tutte le nebulose escono col buco


Un buco nel cuore di una sbalorditiva nebulosa interstellare a forma di rosa ha tenuto gli astronomi impegnati per decine di anni perché la dimensione della cavità, in rapporto alle stelle che si trovano nei suoi dintorni, risultava troppo piccola. C’era, in termini tecnici, una discrepanza tra i dati raccolti e la dimensione del buco. Ora, una nuova ricerca condotta dall’Università di Leeds offre una spiegazione epocale al grande dilemma. La risposta è nella forma complessiva della Nebulosa Rosette, che è in realtà diversa da quella che si pensava. La scoperta consentirà da oggi in avanti di avere le idee più chiare nello studio di molte altre nebulose sparse nell’universo.

La Nebulosa Rosette fa parte della nostra galassia, la Via Lattea, e dista dalla Terra circa 5mila anni luce. È particolarmente nota in astronomia proprio per avere le fattezze di una rosa colossale e per il buco a ciambella che ricade perfettamente al centro. Rosette è una nube interstellare composta da polveri, idrogeno, elio e altri gas ionizzati. Al suo centro, inoltre, presenta un cuore di numerose stelle massicce.

Gli scienziati erano sicuri che il vento stellare e le radiazioni ionizzanti che scaturiscono dalle stelle al centro della nebulosa danno luogo alla tipica forma della nube e quindi anche al suo buco centrale, ma da sempre i dati raccolti sulla dimensione e l’età della cavità non collimavano con l’età osservata delle stelle massicce.

Per risolvere l’enigma, i ricercatori dell’Università di Leeds e della Keele University si sono avvalsi di potenti simulazioni al computer e hanno così suggerito che la Nebulosa Rosette è probabilmente a forma di disco sottile, e non, come si era dedotto in passato da alcune fotografie, a forma di disco pieno o sfera. Infatti un disco sottile, quasi piatto, giustificherebbe la piccola dimensione della cavità centrale.

Christopher Wareing della School of Physics and Astronomy ha spiegato la scoperta molto chiaramente: «Le stelle massicce nel cuore della Nebulosa Rosette hanno qualche milione di anni e sono a circa metà del loro ciclo vitale. Per il tempo durante il quale i venti  stellari hanno soffiato finora, il buco dovrebbe essere dieci volte più grande di quanto è in realtà».

«Così – ha aggiunto Wareing – abbiamo simulato gli effetti del vento stellare e la formazione della nebulosa. Lo abbiamo fatto usando diversi modelli di nube molecolare, tra cui la forma sferica, a disco spesso filamentoso, e a disco piatto. Solo il disco sottile dava come risultato l’esatta forma della cavità centrale della nebulosa compatibilmente con l’età delle stelle massicce e la forza dei loro venti».

Le simulazioni, pubblicate nella Monthly Notices of the Royal Astronomical Society, sono state possibili avvalendosi dell’Advanced Research Computing Centre a Leeds. Nove simulazioni in tutto, che hanno richiesto circa mezzo milione di ore CPU, l’equivalente di 57 anni se i calcoli fossero svolti da un normale computer casalingo.

Martin Callaghan, membro dell’Advanced Research Computing Centre, ha spiegato: «Il fatto che le simulazioni della Nebulosa Rosette avrebbero richiesto più di 5 decadi per completare l’operazione usando un computer portatile è una delle ragioni per cui forniamo potenti strumenti di ricerca computerizzata. Questi strumenti hanno consentito di sbrigare le simulazioni astronomiche in appena poche settimane».

Via BioPills

Fotografia della nebulosa Rosette: cortesia di Nick Wright, Keele University