venerdì 11 ottobre 2019

"La città e le stelle" di Arthur C. Clarke, la storia di una rinascita impossibile


Diaspar è una città la cui storia dura da un miliardo di anni. Da un tempo immemorabile i suoi abitanti vivono del tutto isolati dal mondo esterno che, si dice, è ormai composto da lande desertiche prive di vita. Narra la leggenda che in un lontanissimo passato arrivò sul pianeta una civiltà chiamata "Gli Invasori" che ottennero, a patto di lasciare in pace l'umanità, che gli esseri umani abbandonassero i viaggi interstellari e si stabilissero sulla Terra come accadeva all'alba dei tempi, cioè prima che l'essere umano scoprisse i viaggi spaziali.

Diaspar è dunque una città chiusa e isolata, ma non per questo arretrata, anzi. I suoi milioni di abitanti vivono la bellezza di mille anni, poi finiscono in una banca dati e si rigenerano in una sorta di reincarnazione artificiale. A Diaspar vige una sorta di immortalità e tutto è perfetto, tranquillo e sicuro. A gestire la città c'è un supercomputer chiamato Calcolatore Centrale e non esiste praticamente una gestione governativa, infatti l'unico Consiglio esistente non si riunisce quasi mai per deliberare.

Abbiamo detto che gli abitanti della magnifica città vivono in sostanza più vite che durano mille anni ciascuna. Ma nel romanzo di Arthur C. Clarke La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) spunta all'improvviso una figura quasi del tutto inaspettata: si chiama Alvin ed è un Unico, cioè un essere umano che viene creato (a Diaspar non si nasce da un parto e non ci sono bambini) per la prima volta in assoluto. Tradotto: non ha vissuto altre vite prima di quella che si accinge a vivere, è la prima volta che viene al mondo.

Ma non è soltanto il fatto che Alvin è un Unico a rappresentare la novità della sua venuta, anche se come lui in un miliardo di anni di storia ce ne sono stati sì e no una dozzina, tutti scomparsi. Alvin, a differenza degli altri abitanti di Diaspar, sogna il mondo esterno, sogna le stelle. Due cose di cui gli altri abitanti hanno addirittura paura, al punto che nemmeno i loro giochi di realtà virtuale si ambientano all'esterno.

La città e le stelle narra le vicende di Alvin e del suo tentativo di risvegliare la coscienza di Diaspar verso un nuovo inizio, verso la creazione di un nuovo mondo in cui l'umanità possa vincere una paura ancestrale per tornare a rivedere le stelle e, chissà, anche a sfrecciare tra di esse con le sue astronavi.

Arthur C. Clarke va molto al di là con l'immaginazione. La città e le stelle è un romanzo visionario anche a distanza di più di cinquant'anni dalla pubblicazione. Lo è perché l'autore (sempre sia lodato) si porta avanti con la visione fino a immaginare un futuro remoto al punto da trovarsi tanti anni dopo l'invenzione dei viaggi spaziali, quindi ben al di là dei nostri tempi. Clarke immagina addirittura una involuzione (che più avanti nel libro non si dimostrerà del tutto tale), un ritorno dai viaggi spaziali alla vita puramente terrestre. Un ritorno dovuto alla paura. Una rappresentazione di quanto, a volte, dal picco di una civiltà si possa arrivare alla sua retromarcia, a un ritorno alle origini a causa di un trauma o di altre contingenze storico-sociali.

Ma La città e le stelle è anche un accenno di speranza, un elogio dell'avventura e dell'esplorazione come elementi di crescita e di sviluppo per il singolo essere umano così come per la società tutta. Quello che ci offre Arthur Charles Clarke è la messa in scena di una Rinascita interiore ed esteriore, che, nonostante la drammatica situazione di partenza e gli ostacoli, può accadere, può accadere sul serio. Possiamo rinascere. Possiamo rinascere davvero. E possiamo esplodere, espanderci ben oltre quelli che crediamo erroneamente essere i nostri piccoli confini.

mercoledì 18 settembre 2019

La Grande Nube di Magellano come non l'abbiamo mai vista

La Grande Nube di Magellano in un'immagine dettagliata del telescopio VISTA. Credits: ESO/VMC Survey


Il telescopio spaziale VISTA (Visible and Infrared Survey Telescope for Astronomy) dell'ESO (European Southern Observatory) ha realizzato una immagine senza precedenti della Grande Nube di Magellano, una delle galassie a noi più vicine. VISTA ha di fatto mappato questa galassia con dettagli mai osservati prima.

VISTA è il telescopio ideale per realizzare un'immagine ben fatta e dettagliata della Grande Nube di Magellano perché osserva il Cielo usando lunghezze d'onda vicine all'infrarosso. Questo gli consente di vedere attraverso le nuvole di polvere che oscurano alcune parti della galassia. Queste nuvole bloccano una grande porzione della luce visibile ma sono trasparenti alle lunghezze d'onda più lunghe utilizzate dal telescopio VISTA. Come risultato, molte più stelle che popolano il centro della galassia sono chiaramente visibili. Gli astronomi hanno così analizzato in dettaglio circa 10 milioni di stelle nella Grande Nube di Magellano, determinando persino la loro età.

La Grande Nube di Magellano è una delle galassie a noi più vicine a circa 163 000 anni luce dalla Terra. Ospita vari agglomerati stellari ed è un laboratorio ideale per gli astronomi che studiano i processi che formano le galassie.


Fonte: ESO

lunedì 16 settembre 2019

K2-18b, il primo pianeta abitabile con acqua nell'atmosfera

Riproduzione grafica di K2-18b. Credits: ESA/Hubble, M. Kornmesser

La novità è che K2-18b è il primo esopianeta - pianeta al di fuori del nostro sistema solare - a trovarsi in una zona abitabile, cioè a una regione intorno alla sua stella che potrebbe consentire la presenza di acqua liquida, e nel quale, allo stesso tempo, è stata riscontrata la presenza di acqua nell'atmosfera. Purtroppo, però, di questo pianeta non si sa niente di più. Saranno necessari ulteriori studi e nuove tecnologie per approfondire la questione. Di sicuro K2-18b sarà tenuto sotto osservazione con un occhio di riguardo.

IL PIANETA

K2-18b è un pianeta roccioso otto volte più grande della Terra e orbita attorno a una stella nana rossa, cioè più piccola del Sole, che si trova a circa 110 anni luce da noi. Data l'altissima attività della stella, l'ambiente intorno al pianeta potrebbe essere più ostile alla vita che sulla Terra, nel senso che ci potrebbero essere molte più radiazioni. Inoltre, essendo molto più grande del nostro pianeta, anche la gravità, laggiù, sarebbe moltiplicata. Proprio per le sue dimensioni, K2-18b appartiene alla categoria delle "super-Terre", vale a dire esopianeti con massa oscillante tra quella della Terra e quella di Nettuno.

LO STUDIO, ANZI GLI STUDI

Innanzitutto la scoperta di K2-18b risale al 2015, quando il pianeta fu identificato dal telescopio spaziale Kepler della NASA. Dopodiché gli studi che hanno scoperto l'unicità del pianeta sarebbero due, uno pubblicato su arXiv e sottoposto all'Astronomical Journal, l'altro pubblicato su Nature Astronomy. Il primo studio è stato condotto dall'Università di Montréal, il secondo dallo University College of London (UCL). Le pubblicazioni degli articoli sono avvenute rispettivamente il 10 e l'11 settembre.

Il team britannico ha usato l'archivio dati del telescopio spaziale Hubble tra il 2016 e il 2017 e ha sviluppato un algoritmo per analizzare la luce della stella filtrata attraverso l'atmosfera di K2-18b. I risultati hanno mostrato tracce molecolari di vapore acqueo, e hanno inoltre suggerito la presenza di idrogeno ed elio nell'atmosfera del pianeta.

Dal canto suo, l'Università di Montreal non è affatto estranea a K2-18b. Il prof. Björn Benneke dell'Institute for Research on Exoplanets all'Università di Montréal, e il suo team, avevano confermato l'esistenza di K2-18b in un loro articolo già nel 2016, usando i dati provenienti dal telescopio spaziale Spitzer. La attuale scoperta di vapore acqueo nell'atmosfera del pianeta è stata possibile grazie all'osservazione e combinazione tra loro di otto transiti di K2-18b davanti alla sua stella osservati dal telescopio spaziale Hubble. Il team di Benneke ha sostanzialmente fatto la stessa cosa dello studio britannico, ricavando dati sul pianeta mentre questo passava davanti alla sua stella.


LE DICHIARAZIONI DEI PROTAGONISTI

Il co-autore dello studio britannico Ingo Waldmann ha detto: "Con così tante super-Terre che ci si aspetta di scoprire nei prossimi decenni, è probabile che questa sia solo la prima di tante potenziali scoperte di pianeti abitabili dello stesso tipo. Questo non solo perché le super-Terre come K2-18b sono i pianeti più comuni nella nostra galassia, ma anche perché le stelle nane rosse - più piccole del nostro Sole - sono anch'esse le stelle più comuni".

Björn Benneke dell'Università di Montréal ha detto: "Questo rappresenta il più grande passo condotto finora verso l'obiettivo finale di trovare la vita su altri pianeti o di provare che noi non siamo soli. Grazie alle nostre osservazioni e al modello climatico di questo pianeta, abbiamo mostrato che il suo vapore acqueo potrebbe condensarsi in acqua liquida".

venerdì 13 settembre 2019

L'ultima (bellissima) immagine di Saturno immortalata dal telescopio Hubble

Credits: NASA, ESA, A. Simon (GSFC), M.H. Wong (University of California, Berkeley) e il team del progetto OPAL

L'ultima immagine di Saturno scattata dal Telescopio Spaziale Hubble mostra incredibili dettagli del sistema di anelli e dell'atmosfera del pianeta. Dettagli che fanno invidia a quelli che potrebbero essere ripresi da navicelle a distanza ravvicinata.

La foto è stata scattata grazie alla Wide Field Camera 3, attraverso la quale l'Hubble ha osservato Saturno il 20 giugno 2019, quando cioè il pianeta ha raggiunto la massima vicinanza con la Terra a circa 845 milioni di miglia (1360 milioni chilometri) di distanza.

L'immagine che possiamo vedere è la seconda di una serie di scatti eseguiti annualmente come parte di un progetto chiamato Outer Planets Atmospheres Legacy (OPAL). OPAL sta aiutando gli scienziati a conoscere meglio le atmosfere e le evoluzioni dei giganti gassosi che dominano il nostro sistema solare.


Fonte: NASA

domenica 8 settembre 2019

Frankenstein il napoletano


Internet è pieno di articoli con questa "notizia" eppure la tentazione di parlarne è tanta, e chi se ne importa se ne hanno già parlato perché c'è sempre qualcuno che lo viene a sapere per la prima volta. Ebbene il Dottor Frankenstein, sì proprio lo scienziato in grado di dare la vita ai morti creato dalla scrittrice Mary Shelley nel 1818, nell'omonimo libro è chiaramente nato in Italia, a Napoli per la precisione.

Vediamo com'è andata esattamente.

Subito dopo il matrimonio i genitori di Frankenstein "cercarono, nel clima piacevole dell'Italia, e nel cambiamento e nella curiosità che un viaggio in quella terra meravigliosa implicava, un tonico per il fisico provato di lei [la mamma di Frankenstein]".

"Io, il loro primo figlio - prosegue il libro, che in questo caso è narrato da Frankenstein in prima persona - nacqui a Napoli e da fanciullo li accompagnai nei loro vagabondaggi".

Dopodiché lo scienziato, allora un ragazzo, rimane figlio unico per diversi anni. Finché, all'età di cinque anni sua madre si imbatte in una bambina poverissima nei pressi del lago di Como. Ne rimane fulminata. Figlia di una madre tedesca morta di parto nel darla alla luce e di un nobile milanese andato in rovina per i suoi ideali patriottici, Elizabeth Lavenza viene adottata dalla famiglia Frankenstein e diventa così l'amata sorella dello scienziato. Anche lei, dunque, ha origini italiane.

lunedì 15 luglio 2019

"Elogio del fantastico" di Jacques Bergier


A ottobre 2018, per la collana "I tre sedili deserti" delle edizioni Il Palindromo è andato in stampa il libro Elogio del fantastico (Admirations, 1970) di Jacques Bergier.

Bergier (1912-1978) è una delle menti più brillanti del Novecento. La sua figura viene approfondita nella ricca appendice dell'edizione italiana. Quella che segue è una delle sue affermazioni più famose e rappresentative: "Il solo interesse della scienza è che dà idee alla fantascienza".

Fantascienza che, a sua volta, darebbe idee alla scienza in uno scambio di interdipendenza continuo. Almeno secondo i "dettami" di una metodologia, di una "filosofia", chiamata realismo fantastico e da lui inventata e lanciata nel libro Il mattino dei maghi. Introduzione al realismo fantastico scritto insieme a Louis Pawuels e uscito nel 1960.


Sul realismo fantastico ci sarebbe molto da dire, infatti è stato scritto un libro intero su di esso. Fortunatamente Andrea Scarabelli, curatore di Elogio del fantastico, all'interno del libro offre una sintesi de Il mattino dei maghi e del realismo fantastico. Si evince così che i realisti fantastici sono innanzitutto lettori, i quali sono però alieni "alle pastoie sentimentali e realistche di certa letteratura e avversari alla tirannia del possibile". Il realista fantastico ideale sarebbe, per esempio, il lettore di fantascienza.

In Elogio del fantastico Jacques Bergier, dopo aver già spiegato abbondantemente il legame interdipendente tra letteratura fantastica e scienza, fa degli esempi concreti. Parla cioè di alcuni scrittori "top", creatori di mondi alternativi che non hanno eguali e che, più di ogni altro, hanno plasmato l'immaginario collettivo rendendolo in parte più adeguato al complesso mondo di oggi.

venerdì 5 luglio 2019

Il racconto dell'ancella (The Handmaid's Tale)


Il racconto dell’ancella (The Handmaids’s Tale, 1985) della scrittrice canadese Margaret Atwood si ambienta in un futuro devastante per l’anima, soprattutto quella delle donne, le quali subiscono abusi e repressioni inimmagiabili all’interno di una dittatura post-apocalittica, post guerra atomica, che ha il sapore dell’integralismo religioso. Con estremo coraggio, l’autrice sceglie come terreno di sviluppo un luogo impensabile: gli Stati Uniti d’America.

In breve, Margaret Atwood immagina l’avvento di una sorta di rivoluzione religiosa che istituisce un sistema di potere estremamente patriarcale nel quale le donne svolgono in massima parte il ruolo di sottomesse alla procreazione. 

Le donne sono tendenzialmente allevate, quasi come animali, all’interno di strutture simili a conventi, o se vogliamo a lager, governate da un Comandante e sua moglie, e di fatto gestite dalle cosiddette vecchie “zie”, che svolgono il ruolo di capò. Gli ultimi anelli della catena, in questi “conventi”, sono le cosiddette ancelle

Ed è proprio un’ancella l’autrice disperata di una testimonianza frammentata perché furtiva, illegale, pericolosa. Una testimonianza che sarà poi chiamata Il racconto dell’ancella, appunto. 

Come si è detto, il racconto è frammentato e incompleto. Poco si capisce della struttura che fonda il tessuto e le gerarchie della società e dei “conventi”, sia in virtù della pericolosità dell’atto di testimonianza in sé, sia per il fatto che la povera ancella, ultima ruota del carro, non ha lei stessa del tutto chiaro il Sistema nel quale è finita dopo che il Regime l’ha strappara al suo compagno e alla sua famiglia.

Nel regime de Il racconto dell’ancella, è attraverso la repressione delle donne che viene ucciso l’Eros, inteso come fonte di vita, libertà e piacere, per reprimere e soggiogare le masse. 

L’amore, inteso come estrema fonte di vita e di libertà, viene sapientemente neutralizzato dal regime anche se, come sembra far intuire Margaret Atwood, la fine dell’amore era già pericolosamente iniziata nella società libera che precedeva la svolta reazionaria. In tal senso, e in maniera indiretta, la repressione del Regime colpisce la società intera, vale a dire anche gli uomini. 

Infatti gli stessi uomini, tra coloro che si ribellano al regime e che, occasionalmente, possono tentare di ergere una forma di Resistenza, di ribellione, di aiuto diretto alle ancelle segregate nelle strutture dove dominano le vecchie “zie”, vengono massacrati e appesi al muro delle prigionie procreative.

martedì 12 giugno 2018

Oltre la soglia: concorso letterario per racconti fantasy e fantascienza


C’è tempo fino al 31 luglio per partecipare al concorso per racconti fantasy e fantascienza Oltre la soglia 2018. In precedenza chiamato Fantasticamente, il concorso di quest’anno prende il nome dal romanzo La soglia della scrittrice Ursula K. Le Guin, una gigante della narrativa dell’immaginario che ha purtroppo lasciato questo mondo all’inizio dell’anno.

Il concorso letterario è articolato in due gruppi di partecipazione suddivisi in base al genere di narrativa fantastica. Per la fantascienza è prevista la sezione “Ecumene”, titolo del celebre ciclo dei romanzi di fantascienza di Ursula Kroeber Le Guin. Per i racconti fantasy, invece,  è istituita la sezione “Terramare”, titolo del celebre ciclo dei suoi romanzi fantasy.

Gli autori e le autrici hanno piena autonomia e libertà di immaginazione per quanto riguarda il racconto con il quale decidono di partecipare. Tuttavia, il bando del concorso richiede l’inserimento di una frase qualsiasi di un romanzo di Ursula K. Le Guin (fantascienza o fantasy a seconda della sezione del Premio prescelta). Va bene qualunque citazione, anche se, per facilitare il compito ai partecipanti, gli organizzatori forniscono alcuni estratti selezionati con cura e validi ai fini dell’inserimento nel proprio racconto.

La premiazione dei vincitori del Concorso, la cui giuria sarà anche quest’anno presieduta dallo scrittore Francesco Troccoli, si svolgerà domenica 29 settembre 2018 presso la libreria romana Sinestetica. Ulteriori informazioni saranno disponibili sul sito www.veledicarta.it e sulla homepage Facebook di Veledicarta.

Gli autori dei due racconti risultati vincitori riceveranno un buono Amazon del valore di € 100. I primi venti racconti selezionati (dieci per ogni sezione), inoltre, dopo essere stati oggetto di accurato editing, saranno infine pubblicati in una antologia edita da Veledicarta. L’antologia dell’edizione 2018 si andrà ad aggiungere alle due già pubblicate con i migliori racconti delle edizioni precedenti: Echi oltre confine e Rinnovamenti dell’organico.

martedì 5 giugno 2018

La Cina e la fantascienza


Abbiamo intercettato Francesco Verso, scrittore e fondatore del progetto editoriale Future Fiction, di ritorno dall’ennesima convention di fantascienza all’estero. Stavolta rientrava da  Pechino, per l’esattezza. Con la sua Future Fiction ha pubblicato numerosi racconti singoli in ebook provenienti dalla Cina e ha curato due antologie di racconti di fantascienza cinese, Nebula e Sinosfera.

A cosa è dovuto il tuo crescente interesse personale ed editoriale – ma anche quello di importanti riviste americane come Clarkesworld – per il Written in China?

Il motivo è semplice: pescare sempre nello stesso lago consente di prendere sempre gli stessi pesci mentre andando a pescare nell’oceano è molto più probabile trovare pesci diversi, spesso fantastici. Per questo cercando storie di fantascienza all’estero mi sono imbattuto nella narrativa cinese, che già da alcuni anni sta producendo ottima fantascienza senza che nessuno se ne sia accorto perché troppo concentrato su altre sponde, oltretutto lamentandosi che non ci sono più i pesci di una volta.

Inoltre, il fatto che sempre più riviste e pubblicazioni internazionali siano interessate alla fantascienza in traduzione dal mondo è segno che solamente aprendosi alla diversità culturale, linguistica e direi anche di contenuto è possibile mantenere il genere fresco e addirittura rinnovarne i canoni dall’esterno, attraverso l’ibridazione, e dall’interno, per competizione. Se c’è un ambito della globalizzazione che non ha controindicazioni è proprio quello culturale.

Ma è vero che il governo cinese sta puntando anche sulla fantascienza? Come mai? Insomma, come può un genere di narrativa essere considerato strategico per una nazione?

Come già successo in altre epoche con i Futurians negli Stati Uniti intorno agli anni ‘20 del secolo scorso e nell’Unione Sovietica degli anni ‘50, anche il governo cinese e alcune aziende private come Storycom, Future Affairs Administration e 8-Light Miles hanno intuito il potenziale della fantascienza nel diffondere innovazione e creatività in ampi settori della popolazione, tanto che oggi il genere viene visto anche come uno strumento di alfabetizzazione per gli scenari altamente tecnologici in cui la popolazione cinese sta già vivendo e vivrà sempre di più nei prossimi decenni. Il governo cinese sta puntando sulla science fiction anche per un motivo strategico e cioè il passaggio dal “made in China” al “creato in Cina”, dove per creato s’intende esattamente ideato e sviluppato; ecco quindi che tutta la battaglia per il copyright e i dazi a cui stiamo assistendo ultimamente assume un risvolto diverso, legato, forse in modo assolutamente incredibile, anche alla fantascienza!

Che cos’è esattamente l’APSFCon (Asia Pacific Sci-Fi Con) di Pechino e che cosa sei andato a fare lì a maggio di quest’anno? E ancora, quanto è ricco e partecipato il panorama delle convention di fantascienza in Cina?

L’APSFCon è la prima convention di fantascienza dell’Asia Pacifico che si è svolta a Pechino lo scorso 9 e 10 maggio. Io sono stato invitato in quanto scrittore di fantascienza non-anglofona e anche in veste di editor che ha pubblicato quattro antologie di SF internazionale tradotte da sei lingue diverse. Ci sarebbe anche un’antologia di science fiction internazionale curata da me e Bill Campbell dal titolo Future Fiction: New Dimensions in International SF che è uscita il mese scorso negli USA, e un’altra simile uscirà nei prossimi mesi in Cina per la Guangzhou Blue Ocean.



All’interno del Museo della Scienza e della Tecnica di Pechino, rappresentanti di numerosi paesi come Cina, Corea del Sud, India, Russia, Stati Uniti, Filippine, Ucraina, Regno Unito, Egitto, Repubblica Ceca, Estonia e Nuova Zelanda, gli organizzatori hanno dato vita a due giorni di incontri, panel e dibattiti sul momento della fantascienza cercando al tempo stesso di costruire una rete di relazioni verso un futuro di manifestazioni internazionali che non siano incentrate soltanto sui paesi anglofoni. Anche gli ospiti d’onore provenivano da paesi diversi: c’erano Terry Bisson e Crystal Huff dagli USA, Peter Watts dal Canada, Leonid Kaganov e Katerina Bachilo dalla Russia, Volodymyr Arenev dall’Ucraina, Ben Hawker dalla Nuova Zelanda, Nikolai Karayev dall’Estonia, il sottoscritto dall’Italia e tanti altri ancora.

La convention, organizzata dalla Future Affairs Administration, si è articolata su tre diverse sessioni composte da numerosi panel: una parte dedicata propriamente alla fntascienza (cyberpunk cinese, come sopravvivere scrivendo fantascienza, cosa rende un autore uno scrittore di fantascienza, la frontiera dell’immaginazione), un’altra specifica sull’industria di fantascienza (cinema, videogiochi, webserie) e una terza parte legata al fandom e all’intrattenimento con sfilate di cosplayer, prove di visori di realtà virtuale e realtà aumentata, e sessioni di autografi.

Più di 2500 persone, in larga parte giovani tra i 16 e i 30 anni, e con una cospicua presenza di ragazze, hanno animato i due giorni della convention che probabilmente avrà una seconda edizione nel 2019, visto il successo ottenuto in termini di visibilità e partecipazione. E questa è solo una delle tante convention che si svolgono di mese in mese in Cina! Un reportage più approfondito della APSFCon uscirà tra qualche giorno sulla rivista internazionale Samovar in doppia lingua, italiano e inglese.

In tre parole: Science Fiction World, la più grande rivista di fantascienza cinese. Qual è il suo peso culturale e di mercato in Cina e nel mondo?

Che io sappia, Science Fiction World è l’unica rivista di fantascienza al mondo a essere partecipata da un partito politico, tipicamente il Partito Comunista Cinese. Detto ciò, la rivista ha avuto il merito di tradurre e pubblicare dal 1979 ad oggi il meglio della science fiction mondiale (che fino a pochi anni fa corrispondeva alla fantascienza scritta negli Stati uniti e nel Regno unito) e quindi ha contribuito alla lettura di grandi autori come Asimov, Dick, Ballard, Banks, McDonald, Le Guin, Sawyer.

D’altra parte la stessa rivista – che tira circa 300.000 copie al mese laddove le americane Fantasy & Science Fiction e Asimov’s si fermano a 30.000 – promuove anche la fantascienza cinese dei vari Liu Cixin, Xia Jia e Chen Qiufan oltre a molti altri autori emergenti, e cerca di dare più spazio alla fantascienza proveniente da paesi non-anglofoni, sebbene purtroppo si traduca ancora soltanto da una lingua, l’inglese, un fatto che spero possa cambiare quanto prima.

Quindi è una rivista attiva anche sul piano internazionale.

Infatti. L’anno scorso, per esempio, Science Fiction World ha organizzato la quarta convention di fantascienza internazionale di Chengdu dove hanno invitato tanti autori, editor e traduttori da molti paesi diversi. Ogni due anni organizzano una convention del genere e grazie al formidabile supporto del partito comunista fanno le cose davvero in grande stile. Tutto questo, però, non senza un minimo livello di intervento e controllo sui contenuti ritenuti “sensibili”, un fatto certamente discutibile ma che va compreso e accettato come elemento di diversità politica e culturale con cui confrontarsi in modo aperto, senza rigidità, anche perché spesso in Cina le cose si riescono a fare laddove invece in altri paesi che si professano aperti verso ogni genere lo stesso non avviene. Una persona mi ha raccontato che il budget della convention di Chengdu doveva essere di 2 milioni di yuan (circa 250.000 euro) ma il funzionario del partito ha raddoppiato la cifra portandola a mezzo milione di euro perché la riteneva troppo bassa per il valore dell’iniziativa. Il mio report della scorsa convention è stato pubblicato su Fantascienza.com qualche mese fa.

Con il tuo progetto editoriale denominato Future Fiction hai pubblicato due antologie di fantascienza cinese, Nebula e Sinosfera. Sbaglio o è qualcosa che non si era mai visto in Italia? Puoi raccontare che cosa sono, come le hai portate alla luce, e di quali collaborazioni ti sei avvalso per realizzarle?

Sebbene sulla collana Urania in passato siano uscite due raccolte di fantascienza cinese, rispettivamente L’onda misteriosa a cura di Wu Dingbo e Patrick Murphy (Urania 1511) e Shi Kong, a cura di Giuseppe Lippi (Urania 1564), le raccolte Nebula e Sinosfera sono originali da almeno due punti di vista.

Innanzitutto stiamo parlando di fantascienza contemporanea: i racconti selezionati per Future Fiction alternano storie scritte da veterani della fantascienza cinese nati negli anni ’50 e ’60 come Wang Jinkang, Liu Cixin, Han Song e Wu Yan ad altri della cosiddetta generazione balinghou, autori nati cioè negli anni ’80 e ’90 come Xia Jia, Chen Qiufan, Bao Shu, Fei Tang.



Poi, stavolta abbiamo previsto la doppia lingua. Le antologie sono divise in due parti: la prima parte è in cinese con il testo originale, e la seconda metà del volume è in traduzione italiana (il testo a fronte è difficile da rendere a causa dello sviluppo su pagina degli ideogrammi cinesi). Abbiamo scelto la doppia lingua perché crediamo che il libro possa servire anche come strumento di avvicinamento tra due comunità, quella italiana e quella cinese, che vivono da anni una accanto all’altra senza conoscersi. Inoltre i ragazzi della seconda e della terza generazione di cinesi nati in Italia non sanno molto di quanto sta succedendo nel loro paese di origine, non sanno dell’incredibile sviluppo tecnologico degli ultimi anni e quindi ci è parso utile aprire una finestra su questo orizzonte così sorprendente.

Il progetto sta avendo un ottimo riscontro, tanto che sia dall’Italia che dalla Cina abbiamo ottenuto i fondi per proseguire nella pubblicazione di fantascienza cinese. Le traduzioni vengono fatte con il supporto di vari Istituti Confucio d’Italia e di aziende cinesi che hanno come missione proprio la diffusione e la promozione del genere al di fuori dei confini nazionali. Abbiamo una squadra di lettrici e lettori dalla lingua cinese che ci aiutano a selezionare le storie e una serie di traduttrici e traduttori che poi si occupano di rendere le storie in italiano. Il progetto sembra così unico nel suo genere che altri istituti Confucio d’Europa, da Barcellona a Cambridge, si sono interessati a un’eventuale presentazione presso le loro sedi in futuro.

Come ci piace dire spesso: “Il futuro arriva dovunque”!

Via Cronache di un sole lontano

venerdì 18 maggio 2018

Howard Phillips Lovecraft: Tutti i racconti (1931-1936)



La storica raccolta in quattro volumi della narrativa completa di Howard Phillips Lovecraft   ora venduta in un solo volume  si conclude con il libro che include i racconti scritti di suo pugno o in collaborazione o revisione e pubblicati tra il 1931 e il 1936. 

Tra tutte le opere del libro la fa da padrone il racconto lungo  spesso venduto come libro a sé stante  dal titolo "Le montagne della follia", una terrificante avventura tra i ghiacci, capace letteralmente di togliere il respiro, che trae dichiarata ispirazione dal libro Le avventure di Gordon Pym di Edgar Allan Poe.

Tutti i racconti (1931-1936) precede, in ordine:Tutti i racconti (1897-1922), (1923-1926), e (1927-1930). Tranne qualche eccezione, come appunto "Le montagne della follia", ma anche "La maschera di Innsmouth" e "La casa delle streghe", i racconti scritti interamente da Lovecraft nell'ultimo periodo della sua vita non brillano con la stessa frequenza di quelli che figurano nei volumi precedenti. 

Leggi l'intervista ad Howard Phillips Lovecraft

Secondo quanto si apprende dalle introduzioni del curatore ad ogni storia, sembrerebbe che all'inizio degli anni Trenta lo scrittore fosse convinto di aver esaurito la propria carica creativa, tanto che si diede in larga parte a realizzare racconti in collaborazione. Questi costituiscono una grossa fetta del volume 1931-1936, e a essere onesti sono mediamente più coinvolgenti di quelli scritti individualmente dall'autore nello stesso periodo storico.


Tra i racconti prodotti in collaborazione ci sono veri e propri capolavori come "Attraverso le porte della Chiave d'Argento", parte conclusiva del ciclo  se vogliamo chiamarlo così  di Randolph Carter, che si può leggere interamente nell'assai ben curato libro Il guardiano dei sogni: le avventure di Randolph Carter.

Tante sarebbero le considerazioni su Howard Phillips Lovecraft, ma elencarle tutte esula dalle competenze di questo blog. Volendo trovare un elemento in comune tra tutte le opere dello scrittore, possiamo senz'altro affermare che esse sono molto spesso caratterizzate da personaggi che si mettono nei guai perché attratti dall'ignoto e dalla curiosità, a volte in maniera febbrile.

Anche nel caso in cui la minaccia incomba chiaramente all'orizzonte, i personaggi di Lovecraft si lanciano per loro stessa ammissione verso l'ignoto, pur mettendo in conto la pericolosità delle loro gesta.

Ecco un estratto da "La casa delle streghe", uno dei racconti più famosi di Lovecraft, dal quale è stato tratto anche l'omonimo episodio della pur non eccelsa serie tv Masters of horror:
Gilman si era fatto un'idea abbastanza precisa della vecchia Keziah, e quando aveva saputo che la casa in cui aveva abitato era ancora in piedi dopo oltre duecentotrent'anni, un brivido gli era corso lungo la schiena. Ciò nonostante – e pur avendo sentito bisbigliare della perdurante presenza della strega nel decrepito edificio e nei vicoli adiacenti, di segni irregolari di denti umani sul collo di chi aveva dormito  in quella e in altre vecchie case, degli inspiegabili pianti di bambini uditi a Calendimaggio e Ognissanti, del fetore che talvolta sembrava provenire dalla vecchia soffitta, e della bestiola pelosa e dai denti aguzzi che a volte annusava la gente addormentata nelle ore livide che precedono l'alba  nonostante avesse udito tutto ciò Walter Gilman aveva deciso di prendere alloggio a ogni costo nella Casa della Strega. [...] Gilman non sapeva esattamente cosa si aspettasse di trovarvi; sapeva solo che voleva alloggiare nella stessa casa in cui ignote circostanze parevano aver dischiuso a una povera vecchia del diciassettesimo secolo verità matematiche che superavano le più antiche ipotesi di Planck, Heisenberg, Einstein e de Sitter.
Howard Phillips Lovecraft (Providence, USA, 1890-1937) è uno scrittore che ha segnato la storia della narrativa horror e fantascientifica all'inizio del secolo scorso. I suoi racconti sull'orrore cosmico, e non solo, hanno segnato e continuano a segnare intere generazioni di lettori e scrittori, di ogni sesso ed età. Fu anche autore di saggi sulla narrativa fantastica, come per esempio quelli raccolti nei libri In Difesa di Dagon e altri saggi sul fantastico e Teoria dell'orrore, i cui contenuti si sovrappongono.

martedì 8 maggio 2018

Moyashimon, un mondo di microbi parlanti


Moyashimon è un manga realizzato interamente da Masayuki Ishikawa.  Ambientato nella facoltà di agraria dell’università di Tokio, i suoi protagonisti sono studenti e ricercatori, e le loro strane avventure sono dislocate in larghissima parte all’interno dell’ateneo. La storia gira intorno a un vecchio professore universitario di nome Itsuki, che si pone l’obiettivo di mettere insieme un gruppo di ricerca da sogno facendo leva innanzitutto su uno studente del primo anno, Tadayasu Sawaki, che, per un misterioso motivo, è capace di vedere i microbi a occhio nudo.

I MICROBI

I microrganismi che si vedono nel fumetto parlano, ridacchiano, si azzuffano, e occasionalmente danno lezioni di microbiologia, aprendo brevi parentesi didattiche. Lezioncine a parte, i microbi sono sempre alla base di qualsiasi cosa accada tra una vignetta e l’altra, con la loro forma di pupazzetti abilmente disegnati in maniera che ricalchino possibilmente le forme reali, simili a come si vedrebbero al microscopio. Sul serio, ogni pupazzetto può essere confrontato con l’organismo reale perché per ogni specie disegnata viene indicato il nome scientifico.

Nell’opera di Masayuki Ishikawa si vedono soprattutto funghi e batteri, perché sono queste le principali categorie di microbi che contribuiscono alla formazione di molti alimenti, dei quali si occupa appunto la facoltà di agraria. Ma ogni tanto si vedono anche i virus, gli acari, o magari organismi davvero estremi come la muffa policefala (Physarum polycephalum), una cellula gigante che esiste davvero e che, nel fumetto, si afferma d’essere in grado di muoversi in un piccolo labirinto. Tra tutti questi innumerevoli organismi microscopici ce n’è uno che in assoluto la vince su tutti: il fungo koji, tecnicamente Aspergillus oryzae, che vive sulla spalla di Tadayasu Sawaki (e il ragazzo lo sa, perché lo può vedere) come un pappagallo sulla spalla di un pirata.

Quel che si evince sfogliando le pagine del manga è che i microbi fanno parte della vita quotidiana di tutti noi, non solo degli scienziati. I microbi sono ovunque, e sono alla base di moltissimi alimenti: tanto per dirne una, grazie alla loro fermentazione rendono possibile la produzione del vino e di altri alcolici come il sake. In Moyashimon si parla spesso di alcolici e di sake, e gli stessi personaggi bevono senza troppi complimenti. Se poi ci soffermiamo sul discorso sake, viene affrontato così spesso che alla fine si diventa dei piccoli esperti della bevanda giapponese. È bene precisare, a questo punto, che se è vero che l’opera di Masayuki Ishikawa non demonizza gli alcolici, è anche vero che non fa del bere un vanto.

I PERSONAGGI

Dunque, immerso in un mondo di microbi sghignazzanti c’è il futuro gruppo di ricerca del professor Itsuki, composto da esseri umani non del tutto normali. Kei Yuki è uno del team, nella veste di uno studente amico di infanzia di Sawaki e figlio di un proprietario di una distilleria di sake. Un personaggio curioso, forse più di tutti gli altri, in quanto possiede lineamenti facciali unisex, nel senso che potrebbe anche essere scambiato per una ragazza. Tanto per confondere le idee, in un episodio Kei Yuki compare anche con l’identità di una ragazza, avente un altro nome ma lo stesso, identico viso del ragazzo iscritto ad agraria. Altre occasioni, poi, ben più eclatanti, evidenziano la sua sessualità indefinibile.

Haruka Hasegawa è invece una specializzanda che fa da assistente al professor Itsuki. Ha un carattere spinoso e, come Hasegawa, ha qualche difficoltà di comunicazione sociale. Si veste in maniera sexy e aggressiva, quasi fetish, ma non se ne rende conto o comunque se ne infischia se glielo fanno notare. Lavorando sempre a contatto con la fermentazione degli alcolici ha molte occasioni di bere, ma evita di farlo perché quando si ubriaca viene come posseduta dal demonio (anche se non è chiaro esattamente che cosa combini).

Singolare, poi, è la coppia formata da Takuma Kawahama e Kaoru Misato, entrambi del secondo anno anche se sembrano molto più vecchi. Questi due individui un po’ loschi, da quando vengono beccati a produrre sake clandestino all’interno dell’università sono in debito con Itsuki, che, per qualche oscuro motivo, sembra volerli nel proprio gruppo di ricerca insieme agli altri.

Inutile elencare tutti i personaggi, ma vale spendere qualche riga anche per Aoi Muto, una ragazza che vanta di essere l’unico membro iniziale del laboratorio del vecchio professore. Viene definita come una ragazza che sopporta tranquillamente qualsiasi cosa le accada, indice probabilmente di un istinto che la induce a buttarsi nelle avventure senza paura o con inconscienza. Questa, infatti, è l’impressione che dà quando ritorna da una lontana missione scientifica sul campo con un cerotto sul naso. Nel tempo libero è la presidente di un club che si dedica a fare ricerche sugli ufo.



UNA STORIA DI FANTASIA

Le vicende dei protagonisti avvengono, come si è detto, quasi sempre all’interno della facoltà di agraria dell’università di Tokio, come se questa fosse un mondo a parte, autosufficiente, praticamente isolato dall’esterno. In questo magico regno della microbiologia chiamato Moyashimon, a Sawaki e compagni si presentano sempre nuove prove da superare, scientifiche e non, architettate presumibilmente dal professor Itsuki allo scopo di mettere alla prova il singolo e far maturare il gruppo. Inoltre, ogni dialogo può trasformarsi in una lezione divulgativa, riuscendo, grazie all’arte del fumetto, a trasmettere almeno un pizzico del sapere scientifico alla comunità.

In conclusione la scienza è un elemento cardine del fumetto. Ce n’è tanta, in ogni dannata pagina. Comprensibile a tutti, per carità, ma è sempre lì, in agguato, talvolta in maniera snervante. Non si dica di non essere stati avvertiti. Ecco, la scienza dei microbi è talmente ben inserita che, secondo quanto riferisce lo stesso autore all’interno del fumetto, sono arrivate alla redazione giapponese numerose email di ragazzi e ragazze che dalla lettura di Moyashimon hanno sviluppato una voglia matta di iscriversi ad agraria o studiare microbiologia. Per questo e altri motivi la redazione ha deciso di aprirsi un paracadute e tenere tutti coi piedi per terra ricordando in maniera martellante, tra una vignetta e l’altra, che Moyashimon è una storia frutto di fantasia.

Via Cronache di un sole lontano