giovedì 5 dicembre 2019

La biblioteca in carcere


Un salto alla fiera "Più Libri Più Liberi" di Roma nella giornata di ieri mi ha consentito di assistere a un incontro davvero interessante. Si è parlato delle biblioteche in carcere a Roma, del senso di libertà che queste istituzioni offrono a migliaia di detenuti ogni anno. Le biblioteche sono per i detenuti, oltre che un luogo di lettura, un sito di incontro dove si può partecipare a varie attività stimolanti e ricreative. Quando un detenuto varca la soglia della biblioteca smette di essere un prigioniero e diventa l'utente della biblioteca. Queste sono alcune delle cose che ho imparato durante l'incontro che si è tenuto ieri alle ore 14, ma di sicuro il video di quindici minuti che hanno proiettato in sala parla più delle parole che io possa scrivere, anche perché non vivendo personalmente la vita nelle carceri o nelle biblioteche all'interno di esse ho paura di scrivere delle fesserie. Per fortuna mi sono fatto dire dove recuperare il video, così eccolo qui, in calce a questo articolo. La visione è strettamente consigliata. Vi avverto che è molto emozionante.


mercoledì 27 novembre 2019

Parasite, il bello e il brutto della povertà


Nella prima parte di Parasite, il film appena uscito nelle sale del regista coreano Bong Joon-ho, c'è quasi da ridere. Una famiglia povera e senza lavoro che vive in un seminterrato riesce a raggirare una famiglia ricca che abita in una specie di reggia all'interno di un quartiere altolocato. Con una serie di sotterfugi, la famiglia povera sostituisce uno a uno chi già lavorava per la famiglia ricca vivendo così all'ombra del lusso in una sorta di parassitismo economico.

Nella prima parte del film, si diceva, quel che si vede fa sorridere più d'una volta. Il modo in cui i poveri si prendono gioco dei ricchi che, a causa della loro vita agiata, sono anche piuttosto ingenui, riesce a far vedere la povertà e la disoccupazione in maniera simpatica. Quasi a voler significare che una vita dura può sviluppare qualità formidabili nell'essere umano e che la differenza tra ricchi e poveri possa essere divertente.

Ma ciò che caratterizza maggiormente Parasite è la sua seconda parte, durante la quale emergono tutti gli aspetti inevitabilmente negativi della povertà. Quando infatti la famiglia povera corre il serio rischio di farsi scoprire, i suoi membri sono disposti a tutto pur di mantenere il loro piccolo privilegio. E quel che è peggio, si scatena una inesorabile guerra tra poveri. A quel punto, alcune scene rasentano l'horror. La tensione si taglia con il coltello. E non c'è più niente da ridere. Proprio per niente.

Buona visione.

lunedì 25 novembre 2019

Planetes, fumetto spaziale


Per gli amanti dello spazio e delle storie incentrate su di esso, Planetes è un fumetto che rispetta i criteri di sense of wonder e sense of space, con scene dello spazio molto ben disegnate e avventure che si svolgono per la maggior parte tra le stelle. Certo, nella maggioranza dei casi non ci troviamo molto lontano dalla Terra. Il fumetto di Makoto Yukimura ha infatti come protagonisti un gruppo di astronauti che si occupa di raccogliere i debris, vale a dire i detriti spaziali intorno al nostro amato e fragile pianeta.

Al contrario di Fratelli nello spazio, Planetes non è una serie lunghissima anche se adesso è stata riunita in un gigantesco volume in stile "complete edition" che spaventa un po' per le dimensioni.

Oltre a svolgersi tra le bellissime immagini dello spazio, alcune delle quali a colori, la storia si ambienta alternativamente sulla Terra mettendo a confronto la vita terrestre con l'esistenza spaziale. Talvolta qualche personaggio, soprattutto i familiari degli astronauti, pongono dei dubbi sulla vita nello spazio ma, puntualmente, i raccoglitori di detriti tornano in orbita con tutti i rischi del caso. Uno degli astronauti, addirittura, non si accontenta di raccogliere detriti a qualche chilometro dalla superficie terrestre e vuole imbarcarsi su una nave diretta verso Giove, con l'obiettivo finale di comprare in futuro un'astronave tutta per sé.

Planetes è una continua lotta tra la Terra e lo spazio, durante la quale avvengono un sacco di cose dettate dalla passione. Che sia la passione per lo spazio, per il proprio lavoro, per gli animali, o che si tratti di amore vero e proprio tra due persone, in Planetes i personaggi credono fermamente in qualcosa, sprigionando una forza vitale che è da esempio per tutti noi, anche se non ci sogneremmo mai di fare la dura e rischiosa vita che si svolge fuori dell'atmosfera.

A proposito di "dura vita nello spazio", come non pensare a quella che sta affrontando in questo momento l'astronauta italiano Luca Parmitano sulla Stazione Spaziale Internazionale? Sotto lo sguardo strabiliato di tutti noi, Luca ha da poco concluso la sua seconda passeggiata spaziale per la manutenzione del cacciatore di antimateria Ams-02 (Alpha Magnetic Spectrometer). Forza Luca, Planetes parla anche di te, ma tu sei dannatamente reale!

venerdì 22 novembre 2019

Nightflyers, un'astronave con troppi problemi


Sono tanti, troppi i problemi che avvengono sull'astronave Nightflyer, al centro di una serie tv ispirata dalla penna di George R. R. Martin. Considerando che l'astronave parte dalla Terra per avere un contatto con delle forme di vita aliena, avvengono a bordo una serie di fatti sconvolgenti che non hanno nulla a che fare con la missione. Gli alieni, dunque, sono il motivo del viaggio ma il viaggio stesso è una scusa per raccontare qualcos'altro. Oppure, se gli eventi che si succedono violentemente sotto gli sguardi sconvolti dei passeggeri sono in qualche modo indotti dagli alieni che la missione deve incontrare, be', questo non si capisce per niente. Ed è un difetto. Un grande difetto, perché lo spettatore si sente un po' preso in giro, e si rompe il filo logico che guida le vicende dei protagonisti, lasciando spaesati. A essere precisi, i problemi che si succedono uno dietro l'altro non hanno nessun collegamento tra loro, il che fa anche sorridere perché quello che accade nella serie tv Netflix Nightflyers sembra nient'altro che una catena di colossali sfortune davvero improbabili.

mercoledì 20 novembre 2019

Uchu Kyodai - Fratelli nello spazio


Due anni fa ho avuto il privilegio di trascorrere tre mesi a Dublino, in Irlanda. Lì ho stretto numerose conoscenze internazionali, dalla Turchia, al Brasile, al Giappone. Una delle mie interessanti conoscenze è proprio giapponese. Si tratta di una ragazza di nome Mayu, originaria di Tokyo. Mayu non legge libri, come del resto moltissime altre persone (la maggioranza), quindi non gliene faccio una colpa. Però Mayu è una grande appassionata di fantascienza e insieme abbiamo anche visto uno degli ultimi Star wars al cinema in quel di Dublino. Mayu, poi, da brava giapponese legge i manga. Così un bel giorno le ho chiesto di consigliarmi qualcosa da leggere e lei, a me che non leggo tanti fumetti, ha consigliato due titoli. Uno di questi l'ho lungamente recensito e si chiama Moyashimon. Parla di un giovane studente di agraria che ha il potere di vedere i microbi. L'altro fumetto, che vorrei presentare oggi brevemente, è Fratelli nello spazio di Chuya Koyama, anche chiamato in giapponese Uchu Kyodai. Alla mia fumetteria di fiducia hanno confermato: ai giapponesi, Fratelli nello spazio piace un casino.


Il manga di Chuya Koyama è di lunghezza medio-lunga, nel senso che al momento non è ancora concluso e vanta la bellezza di trentatré numeri. Sono numeri piccoli che si leggono in un attimo ma sono pur sempre tanti. E, come ho detto, il manga non è ancora finito. Nelle attuali trentatré puntate Fratelli nello spazio racconta la storia di due fratelli che, quando sono piccoli, si promettono di andare insieme nello spazio. Così, quando diventano adulti, fanno di tutto per rispettare la promessa. Ma è una promessa difficilissima da mantenere visto che i fattori in ballo per diventare astronauti sono tanti e sono complessi. Tanto per cominciare, all'inizio della storia uno solo dei due fratelli è diventato astronauta e riesce ad andare sulla Luna. L'altro, dall'animo più turbolento, fa un altro lavoro e sembra aver detto addio al sogno di andare nello spazio insieme al fratello. Ma già nei primi capitoli qualcosa cambia e quel bambino sognatore ormai diventato adulto trova la forza di lanciarsi nelle selezioni per diventare astronauta. Inizia così una corsa contro il proprio destino per rispettare un obiettivo comune che due fanciulli appassionati di spazio si sono promessi tanti anni prima guardando insieme, con occhi lucidi, il cielo stellato sopra di loro.

Posso confermare che Mayu aveva ragione. Fratelli nello spazio è una lettura davvero appassionante.

lunedì 18 novembre 2019

"Le fontane del paradiso" di Arthur C. Clarke e il sogno dell'elevatore spaziale


In La città e le stelle di Arthur C. Clarke ci troviamo un miliardo di anni nel futuro. In Terra imperiale, invece, siamo esattamente nel 2276. Nel romanzo Le fontane del paradiso (The Fountains of Paradise, 1979) non esiste una data ben precisa ma ci troviamo sicuramente dopo il 2175 perché c'è una citazione a inizio capitolo datata in quell'anno. In ogni caso, in qualunque anno sia ambientata la storia, i tempi sono maturi per avviare i lavori dell'ascensore (o elevatore) spaziale, un'idea formulata nella nostra realtà che prevede la costruzione di un ascensore in grado di lanciare nello spazio i satelliti, tanto per iniziare, e poi chissà cos'altro.

Nella nota introduttiva a Le fontane del paradiso, datata 1978, è lo stesso Arthur C. Clarke a raccontare la storia dell'elevatore spaziale. Per dirla brevemente, in Occidente si parla per la prima volta di ascensore spaziale in una lettera che alcuni scienziati scrivono sul numero dell'11 febbraio 1966 della importante rivista scientifica Science. La lettera si intitola "È possibile agganciare il cielo coi satelliti". Ma il vero ideatore dell'elevatore spaziale è stato un ingegnere russo di nome Y. N. Artsutanov, che ha avuto l'ambiziosa idea sei anni prima della pubblicazione su Science, tanto che l'ascensore spaziale viene anche chiamato elevatore Artsutanov.

In Le fontane del paradiso l'ingegnere Morgan, già noto nel romanzo per avere costruito il ponte sullo stretto di Gibilterra, vuole fortemente realizzare l'elevatore spaziale. Il problema è che deve costruirlo sull'equatore, a un'altezza elevata, e in un punto che rispetti una serie di caratteristiche ambientali che conferirebbero la giusta stabilità all'opera ingegneristica. Guarda caso, Morgan si trova di fronte a un grande problema: il punto migliore di costruzione dell'elevatore spaziale è la cima della Montagna Sacra in un luogo chiamato Taprobane (che nella nota introduttiva al romanzo Clarke identifica con lo Sri Lanka). La montagna si definisce "sacra" perché sulla cima è eretto un tempio buddhista millenario. Tradotto: i monaci non intendono schiodare da lì.

In parallelo si racconta la storia di un re chiamato Kalidas, il quale dimorava duemila anni prima su un'altra montagna, chiamata Yakkagala, che si trova davanti alla Montagna Sacra. Le due montagne erano in contrapposizione in quanto l'ambizioso re aveva fatto realizzare su Yakkagala delle opere architettoniche avveniristiche attraverso le quali voleva quasi sfidare gli dèi, una cosa che ai monaci buddhisti non andava molto a genio. Tra le opere mastodontiche realizzate sulla montagna dal re figurano anche le cosiddette Fontane del Paradiso, un sistema di fontane grande, bello e complesso che il reggente aveva voluto con tutto se stesso.

Da quanto si intuisce, il titolo Le fontane del paradiso nasce proprio dal parallelo tra le fontane di re Kalidas e l'elevatore spaziale. Entrambe le opere sono infatti viste come una sfida agli dèi, come un tentativo dell'Uomo di diventare un dio e sostituirsi alle divinità. Le fontane del paradiso, che piaccia o no, è un duro attacco alle religioni e un pieno elogio alle potenzialità umane attraverso la scienza. Ne è un altro esempio la storia parallela della sonda aliena chiamata Stellaplano, che nel libro si racconta essere arrivata da una stella distante diversi anni luce e che, filosofeggiando con gli esseri umani a distanza, ridicolizza il concetto di religione svuotandolo di ogni significato.

Ecco che cosa dice Stellaplano agli esseri umani nel 2069:

"L'ipotesi da voi denominata Dio, per quanto non respingibile sull'unica base della logica, non è necessaria per la ragione che segue.
Se voi presumete che l'universo può essere spiegato come creazione di un'entità conosciuta come Dio, egli deve ovviamente possedere un grado d'organizzazione superiore al suo prodotto. Così voi avete più che raddoppiato le dimensioni del problema di partenza, e avete compiuto il primo passo su un regresso divergente all'infinito. Guglielmo d'Occam ha fatto notare sin dal vostro Quattordicesimo secolo che le entità non debbono essere moltiplicate senza necessità. Di conseguenza non riesco a capire perché questo dibattito prosegua."

Le fontane del paradiso racconta così la storia della realizzazione di un grande sogno. Arthur C. Clarke si sbizzarrisce entrando nei dettagli tecnici e problematici della fase realizzativa di un'opera pensata negli anni Sessanta e che, ancora oggi, stenta a decollare, forse per la mancanza di materiali sufficientemente forti da reggere una torre di decine di migliaia di chilometri senza che si spezzi. Tali materiali, infatti, sono stati inventati nel futuro di Le fontane del paradiso e rappresentano il punto di svolta che dà il via libera alla costruzione dell'elevatore spaziale.

venerdì 15 novembre 2019

Hereditary: più triste o spaventoso?


Un caro amico mi aveva detto di stare attento perché Hereditary secondo lui era un film "pesante", nel senso che era un pugno nello stomaco. Lì per lì mi sono quasi messo a ridere. Di film horror davvero spaventosi non se ne vedono da anni, ormai, o comunque si contano sulle dita di una mano. Poi ho ripensato al fatto che Hereditary è tratto da un racconto dello scrittore Montague Rhodes James, uno dei maestri della narrativa dell'orrore sovrannaturale. E allora ho ritenuto che valesse la pena dare un'occhiata a un film che, a detta della critica (non solo del mio amico), doveva essere una specie di Esorcista dei nostri tempi.

Ora ho visto il film e posso dire una cosa. Non sono un critico cinematografico ma ho avuto l'impressione che la tragedia, soprattutto, giochi un ruolo predominante nel lasciare nell'animo dello spettatore un sentimento negativo, di angoscia e tristezza messi insieme. Perché è vero che il film di Ari Aster (2018) fa effettivamente paura, o meglio mette parecchi brividi addosso, ma è anche vero che personalmente non so se Hereditary sia più triste o più spaventoso. Ci devo pensare. Voglio dire, il modo in cui il Male e la sfiga si accaniscono su una famiglia innocente è davvero tremendo. Certi film sono illegali, per la spietatezza con la quale il regista si accanisce contro i protagonisti dando luogo a una tragedia che, se si ha un minimo di sensibilità a portata di mano, fa male al cuore almeno un po'. Se poi dietro al dramma familiare c'è anche la mano del Maligno, ecco che Hereditary diventa non solo triste e angosciante ma anche abbastanza terrificante.

mercoledì 13 novembre 2019

Essere blogger alle soglie del 2020?


Dopo l'irrifiutabile invito di Pirkaf del blog Frammenti e tormenti mi accingo anche io a rispondere ad alcune domande ideate da un altro blogger, Nino Baldan, in merito al dilemma sul significato di avere un blog e di perderci del tempo di vita in un periodo in cui sembra che i blog siano in crisi se non addirittura già morti e sepolti. Ovviamente, così come hanno già fatto Nino Baldan e Pirkaf, invito chiunque voglia parlare dell'essere blogger alle soglie del 2020 a farlo copiando le domande da questo post. Siete tutti invitati.

Quali sono le ragioni che ti hanno spinto ad aprire un blog?

Quando ho aperto il blog nel 2011 vedevo in giro una crisi della fantasia e della lettura fantastica, per non parlare della lettura in generale. Arthur C. Clarke, uno degli scrittori che ha segnato le migliori pagine della fantascienza nel Novecento, era morto nel 2008, quindi da pochi anni, così mi è venuto in mente di intitolare il mio blog Clarke è vivo! sia perché Clarke era già uno dei miei scrittori preferiti, sia per voler dire che la fantascienza, la fantasia, i libri erano ancora vivi. In tal senso il mio blog è nato per divulgare la fantasia e la fantascienza, anche se poi, per via dei miei studi personali (una laurea in biologia e un master in comunicazione scientifica) ho iniziato a scrivere anche di scienza. La scienza è molto simile alla fantascienza e alla fantasia perché riguarda sempre, a mio avviso, il concetto di meraviglia, e un altro aspetto che forse dobbiamo ricominciare a coltivare nelle nostre vite è la capacità di meravigliarci.

Come nasce l'idea dentro i tuoi post?

In genere penso prima al titolo, poi scrivo l'articolo riguardo a un libro, un film, un fumetto, una mostra che ho visitato eccetera. Durante la lettura di un libro, di norma prendo appunti fondamentali per l'articolo, ma non è sempre detto. Con i film è diverso, non è facile prendere appunti durante la visione, quindi aspetto qualche giorno se non qualche settimana prima che nasca l'ispirazione. Per ispirazione intendo lo spirito giusto per scrivere il post.

Quali mezzi utilizzi per il blogging?

Il computer e ovviamente la piattaforma Blogger. Ma con gli amici di Cronache di un sole lontano abbiamo anche usato Wordpress. Quella è stata una bella esperienza, ci avevo messo tre mesi a realizzare il sito, ma poi abbiamo dovuto chiudere a causa dell'eccessivo costo di gestione.

Quanto impieghi per un post e come inserisci il blogging nel tuo tempo libero?
Ci metto circa un'ora a scrivere un articolo, ma prima di pubblicarlo lo salvo e lo riguardo dopo qualche ora o anche un giorno. Insomma lo lascio fermentare un po' prima di metterlo in rete, poi lo rileggo diverse volte per ridurre al minimo i refusi e le imperfezioni. In genere scrivo la mattina presto o la sera, a volte anche dopo cena.

Qual è il tuo rapporto con i social network e come sono legati al tuo blog?

Ho una pagina Facebook ma non serve quasi a niente. Preferisco, a volte, postare gli articoli in alcuni gruppi di riferimento. C'è per esempio un gruppo su Arthur C. Clarke e uno sui romanzi di fantascienza che ho fondato io stesso anni fa insieme ad alcuni amici e che è molto numeroso. Su Twitter mi diverto di più perché posso usare il profilo del blog come un qualunque profilo personale, quindi posso commentare e socializzare come Clarke è vivo! e questo mi diverte moltissimo, però purtroppo ho pochi follower e non so come aumentare la popolarità (che significherebbe più scambi di battute e più divertimento).

Vedi questa crisi del blogging in prima persona, tanto da aver avuto la tentazione di trasferirti in pianta stabile sui social?

L'ho vissuta in prima persona nel senso che l'anno scorso ho eliminato il blog storico, anche se l'ho riaperto in seguito perché attanagliato dal pentimento. Ho perso decine di lettori fissi (ne avevo una sessantina) e un bel posizionamento su Google, ma per fortuna avevo fatto un backup e ho potuto riaprire il blog. Ora che l'ho riaperto, però, non lo vivo in maniera così assidua come facevo prima. Ho deciso di specializzarlo più sulla figura di Arthur C. Clarke, voglio realizzare una sorta di studio personale sull'autore, ma ci sarà comunque tanto spazio per altri argomenti anche perché leggere sempre e solo Clarke non è divertentissimo. Ogni tanto bisogna alternare.

Riguardo ai social network, direi che sono più immediati ma non sostituiscono affatto i blog perché non si possono personalizzare come i blog, non rappresentano il mondo interiore di quella persona. Penso che sia bello passare da un blog all'altro come se si facesse una visita tra vicini di casa. L'unicità e il calore di un blog non sono equiparabili con i social network, che tendono a omologare le masse. Certo, si possono utilizzare i social per scrivere una breve battuta, ma se si vuole scrivere articoli interi tanto vale farlo in un blog dato che sui social le cose lunghe non le legge nessuno.


Foto: geralt (pixabay.com)

lunedì 11 novembre 2019

"Terra imperiale" di Arthur C. Clarke: un disegno del mondo nel 2276


Nel romanzo Terra imperiale di Arthur C. Clarke (Imperial Earth, 1975) viene dipinto un quadro della civiltà umana nel 2276, immaginando che la colonizzazione del Sistema solare sia avanzata fino a Titano, uno dei satelliti di Saturno.

Clarke dimostra un grande ottimismo verso il futuro pur tenendo l'immaginazione con il freno vagamente tirato per dare più credibilità alla sua opera. Ad ogni modo non si può dire che l'autore, così come in altri casi prima di questo, non abbia pensato in grande dal punto di vista futurologico.

Terra imperiale narra le vicende di Duncan Makenzie, clonato da Colin Makenzie che a sua volta è stato clonato da Malcolm Makenzie. Quest'ultimo, di fatto il nonno di Duncan, è il presidente di Titano, il satellite di Saturno dal quale la famiglia Makenzie produce ed esporta idrogeno destinato alle astronavi in quanto combustibile a basso costo dei loro sistemi di propulsione.

Quando la famiglia Makenzie viene invitata sulla Terra per il cinquecentenario della Dichiarazione d'Indipendenza americana, si decide di mandare sul suolo terrestre il trentenne Duncan, soprattutto perché così facendo può avere anche lui l'occasione di clonarsi e ottenere un discendente. La clonazione, infatti, è possibile solo sulla Terra, e, per essere precisi, nel 2276 di Clarke la clonazione necessita comunque di una donna che ospiti il nascituro per nove mesi.


Terra imperiale pone al centro le vicende di Duncan, che si ambientano prima su Titano e poi sulla Terra con un ritmo lento e graduale, senza sconvolgimenti di fronte né grandi colpi di scena. Clarke punta molto nel rendere il suo 2276 il più credibile possibile, arricchendolo di idee tecnologiche e sociali che delineerebbero, messe insieme, il quadro di un'umanità futura, non troppo lontana da oggi ma nemmeno troppo vicina.

A che punto è l'umanità del 2276 in fatto di colonizzazione e di viaggi spaziali? I mondi abitati sono Titano, Marte, Mercurio, la Luna e Ganimede, il più grande satellite di Giove. L'esplorazione del Sistema solare non si è ancora spinta oltre Plutone. Le astronavi viaggiano prevalentemente con un sistema di propulsione a base di idrogeno, ma con un nuovo tipo di motore, il motore asintotico basato su mini-buchi neri, è possibile viaggiare da Saturno alla Terra in venti giorni. Nel 2276, la emergente propulsione asintotica sta iniziando a mettere in crisi i motori a idrogeno e con essi l'economia di Titano.

Una importante invenzione del 2276 è poi il minisec, che è una specie di computer portatile. Viene infatti descritto come una consolle con schermo e tastiera in grado di contenere milioni di bit e di racchiudere una quantità talmente grande di informazioni che gli permette di dare risposte rapide a qualunque ricerca. Il minisec, infine, è un dispositivo col quale si può comunicare attraverso videochiamate. Clarke lo ha immaginato nel 1975.


Ora veniamo alla società del 2276. Di Titano non viene detto molto, se non che la vita da quelle parti è molto spartana, fa un freddo cane e non c'è ossigeno nell'atmosfera quindi si vive continuamente al chiuso e in poco spazio. La maggior parte delle descrizioni sociali riguardano la Terra una volta che Duncan Makenzie arriva a destinazione.

Innanzitutto sulla Terra le automobili viaggiano tutte con la guida automatica. E la maggior parte dei cittadini terrestri sono vegetariani o vegani. Dunque gli incidenti automobilistici e la carne sono praticamente banditi. Inoltre, dopo le devastazioni iniziate nel ventesimo secolo, nel futuro 2276 la Terra è stata abbondantemente arricchita di foreste ed è così diventata un florido polmone verde. Le persone, poi, hanno tutte una carnagione bruno chiara, segno che le varie "razze" si sono mescolate tantissimo tra loro. La Terra rimane il centro politico ed economico dell'umanità, al netto delle colonie, e ovunque, fino a Titano, si paga con una sola moneta, i solari.

In conclusione, Terra imperiale è un esercizio di futurologia che Arthur Charles Clarke incentra in una data ben precisa, il 2276. Il libro è essenzialmente questo. Ma c'è un ma. Nella parte finale, infatti, si assiste a uno sviluppo inatteso, dando un senso particolare a tutta la storia che, fino a quel momento, sembra viaggiare su un binario morto. Ciò non toglie, tuttavia, che il pilastro del romanzo sia un ben delineato disegno dell'umanità in uno specifico futuro.

lunedì 4 novembre 2019

La meccanica dei mostri: l'arte cinematografica di Carlo Rambaldi


Dal 22 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020 va in scena a Roma la mostra La meccanica dei mostri dedicata a quel genio degli effetti speciali che era Carlo Rambaldi (1925-2012), vincitore non a caso di tre premi Oscar per i film Alien (1979), E.T. - L'extraterrestre  (1982) e King Kong (1976).

La mostra, ospitata dal Palazzo delle Esposizioni in Via Nazionale, non è molto grande ma espone una raccolta di materiali che, sebbene possa sembrare esigua, è estremamente bella e significativa.

I modelli esposti sono in buona parte quelli meccanici, dai dinosauri al modellino di E.T. fino ad arrivare al braccio gigante di King Kong che occupa una intera stanza. Ad arricchire la collezione di modelli vi sono numerosi schizzi, disegni e progetti delle opere rappresentate. Non mancano di certo alcuni video di repertorio come ad esempio le scene delle premiazioni di Rambaldi durante le notti degli Oscar.

Alla fine della mostra, in uno stanzino buio e ben appartato, viene proiettato un video in bianco e nero di almeno venti minuti proveniente dall'archivio Rai dove va in onda un vecchio programma nel quale sono ospiti sia il regista Mario Bava che lo stesso Rambaldi, i quali chiacchierano allegramente di effetti speciali insieme al conduttore. Il video è bellissimo e vale la pena di perdere del tempo per vederlo tutto, anche se dura un po'.

Un'area adiacente alla mostra di Rambaldi ospita invece le opere della società Makinarium, che si definisce "una factory di creativi, tecnici e artigiani in grado di creare effetti speciali fisici e digitali, attraverso l'integrazione ibrida di vecchie e nuove tecnologie". Makinarium nasce nel 2015 dalla consolidata esperienza dei soci fondatori, Leonardo Cruciano e Angelo Poggi, in occasione del film Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. La mostra infatti vede esposti modelli relativi prevalentemente a Il racconto dei racconti.

All'interno della mostra sono consentite le foto, purché senza flash. Così eccovi una carrellata di foto scattate sul posto, precisamente relative al settore della mostra dedicato a Carlo Rambaldi. Queste foto sono inserite soprattutto per chi non è a Roma e non può vedere la mostra. Se volete mantenere la curiosità di scoprire da soli i modelli esposti visitando la mostra potete evitare di vedere le immagini. In ogni caso, dal vivo è tutta un'altra storia.

mercoledì 30 ottobre 2019

Il sacrificio del cervo sacro, un dramma inspiegabile


Il sacrificio del cervo sacro rientra tecnicamente nel genere dei film drammatici, ma in realtà lo definirei come appartenente alla categoria dell’inspiegabile.

Oggi come oggi, in un periodo storico nel quale la credulità regna sovrana, qualunque cosa non abbia una spiegazione viene affrontata con una alzata di spalle o una risata. In altre parole viene banalizzata. Ed è esattamente quello che ho visto nella sala dove mi trovavo a guardare il film. In tanti, troppi, si sono messi a ridere liquidando il film come una cretinata. Molti sghignazzavano e facevano stupidi commenti anche durante la proiezione, scatenando così qualche diverbio con altri spettatori che invece avevano osservato il film con il degno interesse.

Il film che ha suscitato tante ingenue risate ha un messaggio ben chiaro ma lascia delle domande in sospeso. Una cosa incredibile di questi tempi, se ci pensiamo. Per usare le parole di Andrea Vaccaro, direttore della casa editrice Hypnos che si occupa di letteratura weird e fantastica: «Il mondo contemporaneo alimenta l’illusione di poter sapere tutto e subito (l’effetto Wikipedia), di poter annullare i confini, che tutto sia definibile, comprensibile. Ma si tratta in realtà di una prigione, l’uomo ha bisogno di “non sapere” (consapevolezza che nei secoli si è andata sempre più perdendo), e se forse un tempo la gente era in cerca di risposte, ora forse sarebbe meglio che cominciasse a porsi le domande».

Il sacrificio del cervo sacro narra le vicende di un medico chirurgo e della sua famiglia. L’uomo è un chirurgo di successo ma è suprattutto un uomo di scienza, quindi estremamente razionale, e approccia la vita con l’occhio della logica ferrea. La sua vita è pienamente sotto controllo, sembra che tutto vada secondo programma. Ma all’improvviso il suo figlio più piccolo perde l’uso delle gambe. A nulla servono le ricerche e le analisi dei medici: la malattia non ha nessuna spiegazione. E un bel giorno un ragazzo – il cui padre è morto sotto i ferri durante una operazione per mano del chirurgo – confessa all’uomo che suo figlio sta morendo e che, se il padre non ucciderà uno tra i suoi cari, l’intera famiglia accuserà la stessa malattia e morirà.

Non la vorrei fare troppo lunga e mi accingo quindi ad arrivare al punto. Senza ovviamente raccontare come va a finire il film, posso dire che l’opera parla dell’inspiegabile, e del fatto che di fronte a certe forze di natura sconosciuta – vere o immaginarie – dobbiamo o dovremmo sottostare. Nell’epoca di Wikipedia, dell’illusione di poter dare spiegazioni a qualunque cosa, tanto che gli horror non fanno più paura, un film che pone l’essere umano contemporaneo di fronte a un male incomprensibile viene deriso, a livello superficiale, quando invece a livello profondo dovrebbe far riflettere se non addirittura spaventare. Ebbene sì, spaventare. Perché mai come ora ci siamo rifugiati nell’illusione di avere una risposta a qualsiasi domanda per fuggire di fronte alla paura dell’ignoto, che è da sempre la nostra paura più grande.

Anche se avessimo davvero una risposta per tutto (ma non è così), mettiamoci per un paio d’ore nei panni di chi ha a che vedere con un fenomeno sconosciuto. Riusciamo a immaginare come ci sentiremmo? Il messaggio del film è tutto lì. Si fa per dire.


Articolo pubblicato sul web magazine Cronache di un sole lontano il 10 luglio 2018
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