venerdì 11 ottobre 2019

"La città e le stelle" di Arthur C. Clarke, la storia di una rinascita impossibile


Diaspar è una città la cui storia dura da un miliardo di anni. Da un tempo immemorabile i suoi abitanti vivono del tutto isolati dal mondo esterno che, si dice, è ormai composto da lande desertiche prive di vita. Narra la leggenda che in un lontanissimo passato arrivò sul pianeta una civiltà chiamata "Gli Invasori" che ottennero, a patto di lasciare in pace l'umanità, che gli esseri umani abbandonassero i viaggi interstellari e si stabilissero sulla Terra come accadeva all'alba dei tempi, cioè prima che l'essere umano scoprisse i viaggi spaziali.

Diaspar è dunque una città chiusa e isolata, ma non per questo arretrata, anzi. I suoi milioni di abitanti vivono la bellezza di mille anni, poi finiscono in una banca dati e si rigenerano in una sorta di reincarnazione artificiale. A Diaspar vige una sorta di immortalità e tutto è perfetto, tranquillo e sicuro. A gestire la città c'è un supercomputer chiamato Calcolatore Centrale e non esiste praticamente una gestione governativa, infatti l'unico Consiglio esistente non si riunisce quasi mai per deliberare.

Abbiamo detto che gli abitanti della magnifica città vivono in sostanza più vite che durano mille anni ciascuna. Ma nel romanzo di Arthur C. Clarke La città e le stelle (The City and the Stars, 1956) spunta all'improvviso una figura quasi del tutto inaspettata: si chiama Alvin ed è un Unico, cioè un essere umano che viene creato (a Diaspar non si nasce da un parto e non ci sono bambini) per la prima volta in assoluto. Tradotto: non ha vissuto altre vite prima di quella che si accinge a vivere, è la prima volta che viene al mondo.

Ma non è soltanto il fatto che Alvin è un Unico a rappresentare la novità della sua venuta, anche se come lui in un miliardo di anni di storia ce ne sono stati sì e no una dozzina, tutti scomparsi. Alvin, a differenza degli altri abitanti di Diaspar, sogna il mondo esterno, sogna le stelle. Due cose di cui gli altri abitanti hanno addirittura paura, al punto che nemmeno i loro giochi di realtà virtuale si ambientano all'esterno.

La città e le stelle narra le vicende di Alvin e del suo tentativo di risvegliare la coscienza di Diaspar verso un nuovo inizio, verso la creazione di un nuovo mondo in cui l'umanità possa vincere una paura ancestrale per tornare a rivedere le stelle e, chissà, anche a sfrecciare tra di esse con le sue astronavi.

Arthur C. Clarke va molto al di là con l'immaginazione. La città e le stelle è un romanzo visionario anche a distanza di più di cinquant'anni dalla pubblicazione. Lo è perché l'autore (sempre sia lodato) si porta avanti con la visione fino a immaginare un futuro remoto al punto da trovarsi tanti anni dopo l'invenzione dei viaggi spaziali, quindi ben al di là dei nostri tempi. Clarke immagina addirittura una involuzione (che più avanti nel libro non si dimostrerà del tutto tale), un ritorno dai viaggi spaziali alla vita puramente terrestre. Un ritorno dovuto alla paura. Una rappresentazione di quanto, a volte, dal picco di una civiltà si possa arrivare alla sua retromarcia, a un ritorno alle origini a causa di un trauma o di altre contingenze storico-sociali.

Ma La città e le stelle è anche un accenno di speranza, un elogio dell'avventura e dell'esplorazione come elementi di crescita e di sviluppo per il singolo essere umano così come per la società tutta. Quello che ci offre Arthur Charles Clarke è la messa in scena di una Rinascita interiore ed esteriore, che, nonostante la drammatica situazione di partenza e gli ostacoli, può accadere, può accadere sul serio. Possiamo rinascere. Possiamo rinascere davvero. E possiamo esplodere, espanderci ben oltre quelli che crediamo erroneamente essere i nostri piccoli confini.

2 commenti:

  1. Clarke è uno dei miei autori preferiti. Questo romanzo mi manca, lo devo recuperare.

    La trama comunque mi ricorda l'eterno conflitto tra la voglia di avventura e la necessità di sicurezza insita nell'uomo. Che poi senza la volontà di andare avanti verso l'ignoto, magari rischiando la vita, non saremmo arrivati a questo punto nello sviluppo.

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